2011
17
Jun

L’onda lunga del tracollo greco

Sotto l’onda lunga del tracollo economico greco anche il resto dell’Europa sembra annaspare con sempre più difficoltà. I tassi sui titoli di stato ellenici sono schizzati al 18% mentre l’irrequietezza tocca anche le due altre economie per ora più colpite dalla crisi, quelle irlandese e portoghese. La novità è che, secondo la Banca Europea, queste tensioni stanno ora raggiungendo il cosiddetto “terzo anello”, cioè i paesi non ancora colpiti da attacchi speculativi ma che, per ragioni diverse, sono considerati “a rischio”. In Spagna, Belgio ed Italia il differenziale tra tassi d’interesse tedeschi e quelli dei paesi a rischio si sta ampliando, segnalando in maniera chiara che il mercato teme che la crisi non si fermi ad Atene e che il tanto paventato effetto domino arrivi a colpire il cuore dell’Europa.
Per evitare che questa situazione di tensione degeneri in panico, la Banca Centrale chiede interventi decisi per tranquillizzare le piazze finanziarie, ed in particolare, nel caso del nostro paese la BCE pretende certezza su quali siano le misure che il governo intende adottare per ridurre il deficit fino al 2014. Fatti, non parole, che sono invece la specialità del nostro esecutivo. A Roma è tutto un alzarsi di voci in libertà: da una parte, dopo dieci anni di governo quasi ininterrotto si ritira fuori la riforma fiscale sempre annunciata e mai fatta; dall’altra Tremonti resiste alle pressioni di Berlusconi e della Lega in nome del rigore dei conti. In mezzo il paese che pian piano rotola sempre più in basso, vittima di veti incrociati, di lobby affaristiche poco chiare quando non proprio criminali, di grandi interessi che sfruttano la loro rendita di posizione.
L’Italia sembra trovarsi con le spalle al muro, stretta tra la crisi economica, il peso del debito pubblico e la necessità di rilanciare l’economia. Per Tremonti risorse per fare la riforma fiscale non ci sono, ed è escluso che si possa farla in deficit, mentre l’Europa insiste che vengano trovati proventi addizionali per ridurre il deficit ed in prospettiva il debito. Il messaggio che ci viene lanciato è che l’Italia non possa permettersi politiche di rilancio economico e che le uniche “riforme” possibili siano i tagli alla spesa pubblica. Questo però vorrebbe dire affossare definitivamente l’economia reale, aggravando il circolo vizioso debito-tagli-stagnazione-debito. Il paese, dopo un ventennio di politiche restrittive ha bisogno urgentemente di rilanciare la crescita, anche se certo i conti pubblici vanno tenuti d’occhio per evitare che la grande speculazione travolga l’economia italiana.
Si tratta di rilanciare gli investimenti puntando non sulla precarietà dei lavoratori e su salari minori, ma su incentivi fiscali che mirino ad aumentare l’occupazione e il reinvestimento dei profitti. Allo stesso tempo bisogna incrementare i consumi, favorendo soprattutto quelli medio bassi. I soldi ci sono, si tratta di trovarli. In un paese in cui negli ultimi trent’anni il reddito da lavoro e quello da capitale si sono mossi in direzioni opposte, impoverendo larghi strati della popolazione mentre le rendite dei pochi aumentavano, il tesoretto che serve per rilanciare l’economia e cominciare a mettere in ordine i conti pubblici va trovato nelle tasche di chi più ha preso, spesso in maniera per altro poco lecita. Certo la lotta all’evasione fiscale va ulteriormente rinforzata, ma non può bastare, almeno nel periodo iniziale. Bisogna colpire le rendite finanziarie, tassate ad un livello ridicolo, ed i patrimoni più consistenti. In Italia parlare di tali politiche sembra una bestemmia, ma si tratta di scelte quanto mai ovvie, che si basano non solo su una logica di equità ed eguaglianza (valori che la politica dovrebbe ricominciare a far propri) ma anche e soprattutto su una ferrea razionalità economica. Tassare i patrimoni improduttivi per rilanciare gli investimenti produttivi, ridurre il reddito disponibile di chi non lo consuma a favore invece di chi non ha risparmi sono misure dai sicuri benefici. Certo, sono misure anche impopolari in diversi settori della popolazione (ma non lo dovrebbero essere, ad esempio, tra gli imprenditori interessati a rilanciare la loro fabbrica e non allo sperpero nel lusso), ma d’altronde la politica è fatta di scelte. Mentre i governi berlusconiani hanno sempre fatto scelte di campo chiare – in favore dell’evasione, della rendita, degli interessi privati, sempre contro la scuola pubblica, l’università, il lavoro salariato – i passati governi di centro-sinistra hanno privilegiato un approccio che cercava di accontentare tutti, finendo con lo scontentare sia il tradizionale elettorato di sinistra che non vedeva la situazione cambiare in maniera decisa, sia quello di destra, comunque meglio protetto da Berlusconi&company. Ora, con la crisi alle porte, ed il rischio del definitivo tracollo economico, è giunta l’ora delle scelte. Radicali.

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