Archive for June, 2011

UNA BANDIERA

Friday, June 24th, 2011

La battaglia contro gli eccessivi costi della politica deve diventare una bandiera del Partito democratico. Il solco tra cittadini e politica sta diventando sempre più profondo, anche a causa di privilegi che vengono sentiti come inaccettabili, soprattutto mentre soffia un’aria di crisi che chiede sacrifici a tutti. Il primo partito del centrosinistra, se vuole essere interprete della società nel suo complesso, deve raccogliere e fare propria senza reticenze questa sfida di sobrietà e moralizzazione. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio della politica come missione civile, non come professione redditizia. I provvedimenti su cui è possibile impegnarsi da subito sono, oltre alla riduzione del numero dei parlamentari e all’abolizione dei vitalizi, anche l’adeguamento delle indennità ai parametri europei, i rimborsi delle spese documentate e non a forfait, e soprattutto la trasparenza sui compensi per gli assistenti, che dovrebbero essere erogati direttamente ai beneficiari regolarmente assunti e non ai parlamentari. L’annuncio fatto in direzione nazionale dal segretario Bersani di un impegno del nostro partito su questo fronte è quanto mai opportuno specie se sarà seguito, come annunciato, da un ordine del giorno al bilancio interno di Montecitorio che avrà come obiettivo la cancellazione dei cosidetti “vitalizi”, ovvero le pensioni di cui godono i parlamentari.

L’onda lunga del tracollo greco

Friday, June 17th, 2011

Sotto l’onda lunga del tracollo economico greco anche il resto dell’Europa sembra annaspare con sempre più difficoltà. I tassi sui titoli di stato ellenici sono schizzati al 18% mentre l’irrequietezza tocca anche le due altre economie per ora più colpite dalla crisi, quelle irlandese e portoghese. La novità è che, secondo la Banca Europea, queste tensioni stanno ora raggiungendo il cosiddetto “terzo anello”, cioè i paesi non ancora colpiti da attacchi speculativi ma che, per ragioni diverse, sono considerati “a rischio”. In Spagna, Belgio ed Italia il differenziale tra tassi d’interesse tedeschi e quelli dei paesi a rischio si sta ampliando, segnalando in maniera chiara che il mercato teme che la crisi non si fermi ad Atene e che il tanto paventato effetto domino arrivi a colpire il cuore dell’Europa.
Per evitare che questa situazione di tensione degeneri in panico, la Banca Centrale chiede interventi decisi per tranquillizzare le piazze finanziarie, ed in particolare, nel caso del nostro paese la BCE pretende certezza su quali siano le misure che il governo intende adottare per ridurre il deficit fino al 2014. Fatti, non parole, che sono invece la specialità del nostro esecutivo. A Roma è tutto un alzarsi di voci in libertà: da una parte, dopo dieci anni di governo quasi ininterrotto si ritira fuori la riforma fiscale sempre annunciata e mai fatta; dall’altra Tremonti resiste alle pressioni di Berlusconi e della Lega in nome del rigore dei conti. In mezzo il paese che pian piano rotola sempre più in basso, vittima di veti incrociati, di lobby affaristiche poco chiare quando non proprio criminali, di grandi interessi che sfruttano la loro rendita di posizione.
L’Italia sembra trovarsi con le spalle al muro, stretta tra la crisi economica, il peso del debito pubblico e la necessità di rilanciare l’economia. Per Tremonti risorse per fare la riforma fiscale non ci sono, ed è escluso che si possa farla in deficit, mentre l’Europa insiste che vengano trovati proventi addizionali per ridurre il deficit ed in prospettiva il debito. Il messaggio che ci viene lanciato è che l’Italia non possa permettersi politiche di rilancio economico e che le uniche “riforme” possibili siano i tagli alla spesa pubblica. Questo però vorrebbe dire affossare definitivamente l’economia reale, aggravando il circolo vizioso debito-tagli-stagnazione-debito. Il paese, dopo un ventennio di politiche restrittive ha bisogno urgentemente di rilanciare la crescita, anche se certo i conti pubblici vanno tenuti d’occhio per evitare che la grande speculazione travolga l’economia italiana.
Si tratta di rilanciare gli investimenti puntando non sulla precarietà dei lavoratori e su salari minori, ma su incentivi fiscali che mirino ad aumentare l’occupazione e il reinvestimento dei profitti. Allo stesso tempo bisogna incrementare i consumi, favorendo soprattutto quelli medio bassi. I soldi ci sono, si tratta di trovarli. In un paese in cui negli ultimi trent’anni il reddito da lavoro e quello da capitale si sono mossi in direzioni opposte, impoverendo larghi strati della popolazione mentre le rendite dei pochi aumentavano, il tesoretto che serve per rilanciare l’economia e cominciare a mettere in ordine i conti pubblici va trovato nelle tasche di chi più ha preso, spesso in maniera per altro poco lecita. Certo la lotta all’evasione fiscale va ulteriormente rinforzata, ma non può bastare, almeno nel periodo iniziale. Bisogna colpire le rendite finanziarie, tassate ad un livello ridicolo, ed i patrimoni più consistenti. In Italia parlare di tali politiche sembra una bestemmia, ma si tratta di scelte quanto mai ovvie, che si basano non solo su una logica di equità ed eguaglianza (valori che la politica dovrebbe ricominciare a far propri) ma anche e soprattutto su una ferrea razionalità economica. Tassare i patrimoni improduttivi per rilanciare gli investimenti produttivi, ridurre il reddito disponibile di chi non lo consuma a favore invece di chi non ha risparmi sono misure dai sicuri benefici. Certo, sono misure anche impopolari in diversi settori della popolazione (ma non lo dovrebbero essere, ad esempio, tra gli imprenditori interessati a rilanciare la loro fabbrica e non allo sperpero nel lusso), ma d’altronde la politica è fatta di scelte. Mentre i governi berlusconiani hanno sempre fatto scelte di campo chiare – in favore dell’evasione, della rendita, degli interessi privati, sempre contro la scuola pubblica, l’università, il lavoro salariato – i passati governi di centro-sinistra hanno privilegiato un approccio che cercava di accontentare tutti, finendo con lo scontentare sia il tradizionale elettorato di sinistra che non vedeva la situazione cambiare in maniera decisa, sia quello di destra, comunque meglio protetto da Berlusconi&company. Ora, con la crisi alle porte, ed il rischio del definitivo tracollo economico, è giunta l’ora delle scelte. Radicali.

LA VITTORIA DEGLI ITALIANI

Tuesday, June 14th, 2011

 

Il responso delle urne sui referendum è una grande vittoria del buonsenso degli italiani contro l’arroganza del Governo Berlusconi.
In linea generale, l’afflusso al voto è un segnale che il corpo vivo del Paese manda alla politica, la quale ora ha il compito di farne tesoro: quando sono in gioco temi sensibili i cittadini si muovono e nemmeno un’orchestrata campagna di disinformazione riesce a distoglierli dal far pesare la loro opinione. E andando a votare i cittadini hanno anche decretato una sonora bocciatura della politica del Governo Berlusconi, di cui la materia referendaria era ampiamente rappresentativa.
Berlusconi e Bossi, con i loro inviti a non andare alle urne, hanno gettato loro stessi sul piatto della bilancia e hanno dimostrato di non pesare a sufficienza neanche per orientare il loro elettorato
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LA CRISI DELL’EGOISMO

Monday, June 6th, 2011

Oggi è il giorno del chiarimento. Berlusconi e la Lega decideranno: 1) se continuare insieme per restare al governo; 2) per quanto tempo ancora; 3) chi sarà il prossimo candidato premier; 4) se andare a votare nel 2013 o anticipare le urne al 2012.

En passant discuteranno altre questioncine, come offrire o no il rientro in maggioranza a Casini e, soprattutto, come poter articolare la manovra da 40 miliardi di euro in 3 anni senza perdere consensi elettorali e se e quando spostare alcuni ministeri al Nord, perché Bossi possa annunciarlo all’adunata di Pontida del 19 giugno. L`appuntamento è fissato ad Arcore per mezzogiorno. La delegazione leghista sarà arricchita da Maroni, da Calderoli e dal «Trota». Della formazione berlusconiana faranno parte Tremonti, forse Bonaiuti, di sicuro la new entry Angelino Alfano.

Oggi insomma Bossi e Berlusconi decidono come e se sopravvivere al governo. Quanto ai problemi degli italiani, ne parleranno solo per capire come possono evitare di perdere consensi.

Per distrarre l’opinione pubblica dalle manovre di sopravvivenza è stata intanto inventata la nomina di Algelino Alfano a segretario politico del Pdl (carica che nello statuto nemmeno esiste). Nel Pd il segretario politico è stato eletto nel 2009 attraverso le primarie, alle quali hanno partecipato oltre 3 milioni di persone. Nel Pdl invece si usa così: Berlusconi unge, e il prediletto per magia diventa eletto da tutti (anche per i grandi giornali italiani).

NUCLEARE

Wednesday, June 1st, 2011

E’ definitivo: la Germania uscirà dal nucleare nel 2022. L’Italia invece deve nuovamente ricorrere al referendum per difendersi da un Governo che, contro un precedente pronunciamento popolare, vuole imporre il ritorno al nucleare. Sembra incredibile, ma neppure di fronte al disastro della centrale di Fukushima le teste d’uovo che siedono dentro e intorno al Governo sono riuscite a capire che stanno facendo un errore storico. Hanno deciso di andare in netta controtendenza con l’Europa, e per farlo si sono resi disponibili all’inganno. Non altrimenti si può definire il tentativo di disinnescare il referendum del 12 giugno.
Non è questione di essere pregiudizialmente antiberlusconiani, come ci ripetono, è questione di contenuti, di quelle famose proposte concrete su cui è giusto confrontarsi e dividersi. Ebbene, sul nucleare siamo divisi. Pensiamo che l’Italia debba sì recuperare molto tempo, ma quello perduto sulla strada delle energie rinnovabili. Pensiamo che si debba fare un piano a lungo termine in cui le rinnovabili siano sempre meno costose e sempre più abbondanti, e diventino una alternativa reale al nucleare e ai fossili. Per un motivo o per l’altro, in Germania il Governo di Angela Merkel sta affrontando questo percorso, e stiamo parlando del Paese che è stabilmente la prima economia d’Europa. Possibile che noi siamo i furbi e loro quelli che non capiscono niente?