Archive for April, 2010

LA GIUNTA TOSCANA – IL VICEPRESIDENTE

Friday, April 30th, 2010

CONOSCIAMO IN MODO PIU’ DETTAGLIATO I COMPONENTI DELLA GIUNTA REGIONALE

IL VICEPRESIDENTE  STELLA TARGETTI

 

INCARICHI E COMPETENZE :

Istruzione: politiche per l’educazione e l’istruzione, dai servizi  per l’infanzia alle scuole secondarie superiori

Politiche per l’alta formazione e il diritto allo studio universitario

Rapporti con Università e centri di ricerca

Promozione della ricerca scientifica e coordinamento dell’attività di ricerca nei vari settori

Pari opportunità e azioni positive

Collaborazione alla direzione della Giunta regionale

BIOGRAFIA :

Nata il 25 novembre 1973 a Firenze, dove vivo. Sono sposata e madre di due bambini.

Ho conseguito la Maturità classica al Liceo Michelangelo a Firenze; Laurea in Economia e Commercio, Università degli Studi di
Firenze con una tesi dal titolo “Ipotesi per un turismo sostenibile a Firenze”.

Dal 2007 sono Vice Presidente Marketing Targetti Poulsen, Targetti Sankey SpA, Firenze, con il compito di indirizzo e coordinamento delle attività di comunicazione e marketing delle aziende del Gruppo Targetti che a seguito dell’acquisizione nel 2007 dell’azienda Danese Louis Poulsen, ha cambiato il proprio nome in Targetti Poulsen. Targetti Poulsen è oggi il terzo player europeo nel settore dell’illuminazione architettonica di interni ed esterni.

Dal 2004 sono Membro del Consiglio di Amministrazione, Fondazione Targetti, creata e sostenuta da Targetti Sankey SpA per promuovere, sostenere e sviluppare la cultura della luce, dell’arte e dell’architettura, rappresenta un punto d’incontro, di integrazione, di confronto e di scambio culturale per specifiche professionalità, con l’obiettivo di condividere conoscenze che appartengono a singoli canali di ricerca e costituire un network di eccellenza in grado di offrire una preziosa opportunità di arricchimento professionale.

Sono editore della rivista digitale lightingacademy.org., che grazie a milioni di immagini e informazioni quotidianamente aggiornate, offre ad architetti e lighting designers una panoramica puntuale sui migliori progetti di illuminazione e sulle più importanti novità nel campo dell’illuminazione.

Ho coordinato i giovani in Toscana nei comitati elettorali per Romano Prodi e collaborato con il comitato elettorale del primo mandato di Claudio Martini. responsabile della Scuola di formazione dei DS e membro eletto dell’Assemblea Costituente regionale del PD. Sono membro eletto in Giunta di Confindustria di Firenze e membro del Consiglio scientifico del Centro di servizi di Ateneo dell’Università di Firenze per la valorizzazione dei risultati della ricerca e la gestione dell’incubatore universitario. 
Intervista video : http://www.regione.toscana.it/regione/export/RT/sito-RT/Contenuti/minisiti/elezioni2010/visualizza_asset.html_897419564.html

 

Intercettazioni, Bersani annuncia battaglia: faremo dura opposizione

Thursday, April 29th, 2010
«Fin qui la norma è insufficiente. Non possiamo in nessun modo indebolire uno strumento essenziale per le indagini e non possiamo nemmeno arrivare a delle limitazioni del diritto di informazione così come prospettato dal centro destra. Se le cose restano in questi termini noi continueremo a fare un’opposizione dura sul provvedimento». È la posizione che il segretario del Pd Pier Luigi Bersani in un intervista a Rainews 24 esprime sul provvedimento delle intercettazioni.

Bersani ha parlato anche di Fini: «Fini deve mostrare la sua coerenza in passaggi parlamentari come i temi economici o norme come quella sulle intercettazioni e la giustizia». «Noi aspettiamo la coerenza del suo strappo – avverte Bersani -. Fini è il sintomo di un problema, non è nè la malattia nè la cura. Certo »solleva problemi veri ma dentro uno schieramento dove è impossibile risolverli, quindi questo battibecco avrà, a mio avviso, scarsi esiti pratici«.

LA GIUNTA TOSCANA – IL PRESIDENTE

Wednesday, April 28th, 2010

CONOSCIAMO IN MODO PIU’ DETTAGLIATO I COMPONENTI DELLA GIUNTA REGIONALE.

INIZIAMO OGGI CON IL PRESIDENTE ENRICO ROSSI

rossi

  

  

 

COMPETENZE E INCARICHI:  

 

Coordinamento dei rapporti della Regione con il Governo e con l’Unione EuropeaCoordinamento dell’attuazione delle politiche regionali di coesioneCoordinamento dell’informazione e della comunicazione istituzionaleCooperazione internazionale; relazioni internazionaliAttività di programmazione, monitoraggio del programma di governoPolitiche per la sicurezza dei cittadini e cultura della legalità

Credito; coordinamento delle partecipazioni regionali a società, associazioni, fondazioni ed altri organismi di diritto  privato

Coordinamento dell’attività legislativa e legale

Politiche per la montagna

Protezione civile

Organizzazione degli uffici regionali

Sistemi informativi, infrastrutture tecnologiche, e-government

Rapporti con il terzo settore, volontariato, associazionismo, cooperazione sociale

Coordinamento delle politiche per i giovani

ogni altro incarico non espressamente attribuito al Vice Presidente ed agli altri componenti della Giunta regionale 

BIOGRAFIA:

Enrico Rossi è nato a Bientina da una famiglia operaia, il 25 agosto 1958. Dopo aver conseguito la maturità classica al liceo  di Pontedera prosegue i suoi studi presso l’università di Pisa, iscrivendosi alla facoltà di filosofia. All’età di 24 anni si laurea con una tesi su Agnes Heller e nel 1985 intraprendere l’attività giornalistica presso la redazione de Il Tirreno. Inizia poi ad avvicinarsi alla politica locale nelle fila del PCI e diviene sindaco di Pontedera nel 1990, riuscendo ad ottenere più del 60% dei voti. Rossi mantiene la carica di sindaco fino al 1999; in questi anni, il suo impegno è anzitutto volto ad impedire la delocalizzazione della Piaggio.

Dal 2000 al 2010 è assessore alla Sanità nella giunta regionale toscana presieduta da Claudio Martini.

Il 29 marzo 2010 viene eletto alla presidenza della regione Toscana con il 59,7% dei voti, sostenuto da Partito Democratico, Italia dei Valori, Sinistra Ecologia e Libertà e Federazione della Sinistra e il 16 aprile successivo si insedia come nuovo presidente.

Il risultato elettorale ottenuto da Enrico Rossi nelle elezioni regionali del 2010 è stato condizionato dal lavoro svolto alla guida della sanità toscana, l’unica regione italiana che è riuscita a chiudere in pareggio il bilancio  per l’assistenza sanitaria; a testimonianza della qualità del lavoro svolto in questi anni, alcuni apprezzamenti per il modello sanitario toscano  sono giunti anche da esponenti nazionali del Popolo delle libertà.

COME VIENE ELETTO E QUALI SONO LE SUE FUNZIONI?

Il Presidente della Giunta regionale (o Presidente della Regione) è, secondo l’art. 121 della Costituzione italiana, uno degli organi della regione; è al contempo presidente della regione, e come tale preposto ad un organo monocratico dell’ente, e presidente (oltre che membro) di un organo collegiale del medesimo ente, la giunta regionale. Poiché il suo ruolo, soprattutto dopo la previsione dell’elezione popolare diretta, presenta una certa similitudine con quello del governatore statale negli Stati Uniti (anche se quest’ultimo dispone di alcune prerogative tipiche del capo di uno stato sovrano, quali il potere di grazia per i reati di competenza statale o il potere di veto sulle leggi approvate dal parlamento statale), si è recentemente diffusa nel gergo giornalistico l’abitudine di denominarlo governatore.

Secondo l’art. 121 della Costituzione il presidente della giunta rappresenta la regione; dirige la politica della giunta e ne è responsabile; promulga le leggi ed emana i regolamenti regionali; dirige le funzioni amministrative delegate dallo Stato alla regione, conformandosi alle istruzioni del Governo della Repubblica. Ha, quindi, a livello regionale un ruolo paragonabile a quello di capo del governo. In tutte le regioni il presidente è, inoltre, membro del consiglio regionale.

Secondo l’art. 122 della Costituzione: “Il Presidente eletto nomina e revoca i componenti della Giunta”.

Gli statuti regionali precisano le attribuzione delineate dai predetti articoli della Costituzione, prevedendo altresì che il presidente presenta al consiglio regionale i disegni di legge e gli altri provvedimenti di iniziativa della giunta; indice le elezioni regionali e i referendum previsti dallo statuto; convoca e presiede la giunta, stabilendone l’ordine del giorno; assegna ad ogni assessore funzioni ordinate organicamente per gruppi di materia (le cosiddette “deleghe”) e dirime i conflitti di attribuzione tra gli stessi.

Nell’esercizio delle sue funzioni il presidente della regione adotta provvedimenti amministrativi, solitamente in forma di decreto. Va tuttavia rammentato che, in virtù del principio di separazione tra funzioni di indirizzo politico-amministrativo e di gestione, i provvedimenti presidenziali, come quelli degli altri organi politici, non possono invadere l’ambito delle funzioni di gestione, riservate ai dirigenti, salve le eccezioni espressamente previste dalla legge. Per lo stesso motivo, il presidente non è più titolato a stipulare contratti per la regione (mentre può stipulare gli accordi di programma, data la loro natura politica); gli statuti regionali hanno invece generalmente conservato in capo al presidente la rappresentanza processuale dell’ente.

Il presidente della giunta regionale è autorità sanitaria regionale. In questa veste, ai sensi dell’art. 32 della legge n. 833/1978 e dell’art. 117 del D.Lgs. n. 112/1998, può anche emanare ordinanze contingibili ed urgenti, con efficacia estesa all’intero territorio regionale o parte di esso comprendente più comuni, in caso di emergenze sanitarie e di igiene pubblica.

 

 

 

 

Nuova Giunta regionale: ecco la composizione

Saturday, April 24th, 2010

Ecco come sono state distribuite le deleghe della nuova Giunta regionale della Toscana da parte del presidente Enrico Rossi

Stella Targetti, vicepresidente con delega a scuola, università e ricerca.

Salvatore Allocca: welfare e politiche per la casa.

Anna Rita Bramerini: ambiente.

Luca Ceccobao: infrastrutture e mobilità.

Anna Marson: urbanistica e pianificazione del territorio.

 Riccardo Nencini: bilancio e rapporti istituzionali.

Gianni Salvadori: agricoltura.

Cristina Scaletti: cultura e turismo.

Daniela Scaramuccia: sanità.

Gianfranco Simoncini: attività produttive, lavoro e formazione.

BUON LAVORO

 

Bersani: «Rissa mai vista. Rischiamo una fase d’instabilità»

Friday, April 23rd, 2010

Quello che abbiamo visto è sconcertante, anche sconveniente per il nostro paese. La rissa avvenuta nel pdl sarebbe impossibile in qualsiasi altro partito europeo. Non avendo l’abitudine e la possibilità di fare delle discussioni vere, Berlusconi offre al suo partito solo l’alternativa tra il silenzio e lo scontro». Pierluigi Bersani, segretario del pd, è fortemente preoccupato per le conseguenze che la spaccatura interna alla maggioranza, tra Berlusconi e Fini, potrà avere sulle istituzioni, sul paese già paralizzato dall’inerzia del governo e colpito dai tragici effetti della crisi economica e sociale.

Onorevole Bersani, ha visto che spettacolo?
«È stata una rissa, un fatto incredibile. E pur in questo clima di rissa sono emerse differenze profondissime perché i temi sollevati da Fini non sono noccioline, riguardano i valori fondamentali della democrazia, l’unità della nazione, le riforme istituzionali. Sono questioni decisive per il paese. Il fatto che il centrodestra non riesca a trovare convergenze su queste questioni apre la strada a una nuova lunga fase di paralisi dell’azione di governo, proprio in un momento in cui tutti gli italiani avrebbero bisogno di una guida sicura e riformatrice. La destra continua a deludere: negli ultimi dieci anni ben otto sono stati governati da Berlusconi e l’Italia non ha visto alcuna riforma, né economica né istituzionale. E continuerà a non vederle».

Nel dibattito del pdl è emersa la concezione proprietaria di Berlusconi verso il partito e le istituzioni: se Fini non è d’accordo deve dimettersi dalla presidenza della Camera.
«Berlusconi è assolutamente sincero quando dice queste cose, è convinto di aver ragione. È impressionato dall’eventualità che si possa fare una discussione vera, democratica nel suo partito. Il confronto trasparente, leale, rispettoso delle posizioni a lui fa l’effetto di un cane in chiesa. Ha una concezione aziendale della democrazia e della politica, il suo impegno è finalizzato solo a far funzionare il meccanismo padronal-plebiscitario che alla fine non funziona. Fa politica non per scegliere e decidere, ma per accumulare consenso, opera con l’orecchio al sondaggio quotidiano, a lui il paese che declina non interessa, il suo interesse è perpetuare il potere. Questo è il vero dramma italiano: il rapporto tra società e democrazia viene sotanzialmente interrotto da una forma di accumulazione del consenso che non prevede decisioni, ma solo di tirare a campare, di fare surf da una promessa all’altra»

Come finisce questa battaglia?
«Non so come l’aggiusteranno, ma non la risolveranno perché sui temi di fondo c’è un’incrinatura radicale. Magari ci mettono una pezza diplomatica, ma non sarà una soluzione definitiva. Spingerà il paese verso l’instabilità e l’impotenza».

Perché questa tensione è esplosa dopo il voto regionale?
«Non è un caso. L’ho sempre detto: attenti alle analisi del voto. Per noi ci sono stati elementi di delusione ma non significa che è stata una vittoria della destra e di Berlusconi. Per la prima volta il pdl ha subito un forte arretramento, ha perso tanti voti, c’è stata una modificazione strutturale del rapporto tra Lega e pdl. C’è stata la novità del distacco dell’elettorato di destra da Berlusconi e se noi paghiamo perché non offriamo ancora un’alternativa percorribile loro pagano più di noi certe astensioni per l’impotenza dell’azione di governo. Questi elementi sono penetrati nel pdl, ci sono stati incendi e rissa».

Il pd che ruolo gioca in questo momento?
«Dobbiamo denunciare la paralisi del pdl, di un governo che non decide. Voglio rivolgere un appello a tutte le forze, ma proprio a tutti anche a Fini e alla Lega, a tutti coloro che non intendono proseguire la strada sulla curvatura plebiscitaria. Propongo un patto repubblicano per difendere gli assetti della democrazia nel solco della nostra Costituzione. Rivolgo un appello a tutte le forze disponibili, anche oltre il centrosinistra, a lavorare per cambiare l’agenda del paese sulle questioni economiche, sociali, del lavoro».

I prossimi passi del suo partito?
«Lavoriamo sulla strada indicata dal congresso, dobbiamo far emergere la nostra alternativa credibile. Un contributo forte in questa direzione lo daremo con la nostra prossima assemblea, dobbiamo tenere assieme politica, programmi e il paese su punti cruciali come le istituzioni, il fisco, il lavoro cercando di prospettare soluzioni credibili a tutti gli italiani».

Mentre il pdl litiga, Tremonti dice che siamo ancora in crisi.
«La destra ha una faccia tosta sesquipedale. Ho sentito dire dal governo che le nostre ricette avrebbero spinto l’Italia verso la Grecia… Voglio ricordare a Tremonti che per due volte loro hanno avviato il traghetto verso la Grecia e siamo stati noi a farlo tornare indietro. A giorni alterni Tremonti dice che stiamo meglio degli altri o che siamo nei guai, si decidesse a fare qualcosa per la crescita dell’economia, per dare lavoro, respiro alla gente e alle imprese. Il governo si perde in chiacchiere, osserva la sfera di cristallo, propone filosofie insopportabili».

La Fiat di Marchionne, intanto, ha lanciato una sfida al mondo del lavoro e al governo. Come la giudica?
«Bisogna riconoscere che la Fiat ha presentato un ambizioso piano industriale, purtroppo è uno dei pochi o pochissimi piani industriali di cui si può discutere. Il piano offre una novità rilevante, cioè l’aumento dei volumi di produzione in Italia fino a 1,4 milioni di auto. Ci sono poi dei problemi da approfondire, in particolare l’ impatto con il mondo del lavoro. Voglio credere che con una discussione seria con il sindacato si possa giungere a un accordo sull’organizzazione e la flessibilità del lavoro. In più rimane oscura la prospettiva di alcuni luoghi di produzione. Per Termini Imerese avrei gradito un cenno di disponibilità per accompagnare la fabbrica a una soluzione industriale credibile. Capisco le esigenze di Marchionne, ma quello non è uno stabilimento qualsiasi in un posto qualsiasi. Non ho capito bene, poi, dove si faranno i motori e cosa sarà del nostro formidabile tessuto di imprese dell’indotto».

Forse ci vorrebbe un piano pubblico di politica industriale.
«Questo è un tema che metterei al primo posto. Il governo deve capire quale sarà il destino delle nostre imprese dell’indotto auto, sono un patrimonio di tecnologia, innovazione, di posti di lavoro che rischiamo di perdere di fronte all’internazionalizzazione delle case automobilistiche. Mobilitiamo, se necessario, politiche pubbliche, fondi europei, mettiamoci al tavolo con la Fiat e vediamo cosa possiamo fare insieme. Ma ci vorrebbe una politica industriale che oggi non si vede».

IL FALLIMENTO DI UN’ILLUSIONE

Thursday, April 22nd, 2010

Il fallimento di un’illusione. È l’unica cosa che si può dire, di fronte al duello rusticano che si consuma tra Berlusconi e Fini nella direzione del Pdl trasformata in arena. Chi pensava ad un compromesso doroteo, tra il fondatore e il co-fondatore, non ha capito la portata di questa clamorosa rottura, che a questo punto non è più solo politica, ma è anche fisica. In una sorta di seduta di autoanalisi individuale, ma celebrata collettivamente di fronte alle telecamere televisive e alle agguerrite fazioni del Popolo delle Libertà, il presidente del Consiglio e il presidente della Camera si rivolgono minacce e anatemi, si rinfacciano tradimenti e bugie, si rimpallano accuse e veleni. In un inquietante crescendo di rancori personali e di livori politici, si “sbranano” come belve nel circo mediatico, dandosi in pasto alla platea degli uditori e degli elettori. In sostanza: officiano le esequie del Pdl, almeno nella formula conosciuta dai tempi della “rivoluzione del Predellino”.

Sul piano politico, nessuno dei due fa retromarce. Non le fa Berlusconi, che liquida le istanze di Fini come “questioni di poca importanza”, che “non valeva la pena” sollevare, di fronte a un partito che governa magnificamente il Paese e continua a vincere tutte le elezioni. Non le fa Fini, che rilancia le sue contestazioni al premier su tutta la linea, dall’immigrazione alla prescrizione breve, dall’organizzazione del partito alle scelte sulla Sicilia, dalla sudditanza psicologica nei confronti della Lega al caos delle liste per le regionali. La rappresentazione plastica di questo scontro dimostra l’irriducibile inconciliabilità non solo delle posizioni congiunturali, ma delle ispirazioni strutturali dei due contendenti. Berlusconi parla una lingua, Fini ne parla un’altra. Non sono più neanche due diverse idee della destra, ma sono piuttosto due differenti universi politico-culturali. Da quello che si vede nel feroce lavacro della direzione, non possono coesistere, ma solo confliggere.

Ma la novità è che la frattura avviene anche sul piano personale. Quando ci si parla evocando le categoria del tradimento, della menzogna, della mala fede, del sabotaggio, si supera un confine dal quale è impossibile tornare indietro. E questo succede, tra Berlusconi e Fini. Il primo lo apostrofa, intimandogli di lasciare il suo incarico di presidente della Camera, se vuole continuare nel suo inutile e dannoso “contrappunto quotidiano”. Il secondo gli replica a brutto muso, con un provocatorio “mi cacci?”. Non siamo più alla dialettica tra i leader, ma agli insulti tra le persone. La resa dei conti trascende la validità dei ragionamenti e prescinde dalla contabilità dei numeri.

Non è più importante capire quanto dica il vero Berlusconi, o quante divisioni abbia Fini. Bisogna solo prendere atto che il progetto del Popolo delle Libertà, appunto, è ormai fallito. E non poteva essere che così. Il fallimento era contenuto nel suo atto di nascita, che aveva fotografato subito la distanza ontologica, e incolmabile, tra le due anime del “nuovo” centrodestra. L’illusione che una grande partito moderato e di massa si possa reggere solo sul “centralismo carismatico”, costruita un anno e mezzo fa dal Cavaliere a Piazza San Babila, crolla per sempre nell’Auditorium di Santa Cecilia. Quanto potranno duellare ancora, i due fondatori, in mezzo a queste macerie?

La stagione della diaspora

Wednesday, April 21st, 2010

LA diaspora finiana si è dunque compiuta. Non è una rottura che prelude a una scissione, ma neanche un’abiura che prepara una capitolazione. La nascita formale di una componente di minoranza guidata da Gianfranco Fini dentro il Pdl rappresenta comunque una svolta politica importante. Segna la fine del Popolo della Libertà come lo abbiamo conosciuto finora.

Lo “spirito del Predellino”, nell’ottica del co-fondatore, non c’è più. Il partito personale si trasforma in un partito (quasi) normale.

Nella logica finiana, questa svolta sancisce l’avvio di un lunghissimo e complicatissimo processo di autonomizzazione. Personale, nei confronti dell’uomo che lo ha sdoganato nel lontano 1993. Politico, nei confronti di un centrodestra ormai a esclusiva trazione forzaleghista. Bisogna dare atto al presidente della Camera di non aver ceduto, e di aver difeso con coerenza la sua posizione, difficile e a tratti quasi insostenibile. Dentro un Pdl forgiato nel freddo di Piazza San Babila dall’”unico fondatore” (Berlusconi) e poi modellato nel fuoco della vandea nordista sui bisogni dell’”unico alleato” (Bossi), per Fini non era semplice far valere e far vivere un’idea radicalmente diversa. Un altro modo di intendere la politica in nome del bene comune. Di rappresentare la cultura di una moderna destra europea. Di convivere dentro un partito autenticamente libero, plurale, democratico.

Con la sua “corrente del Presidente”, almeno Fini ci prova. Citando Ezra Pound, cioè rischiando l’osso del collo in nome di quell’”idea diversa”. Qui ed ora l’operazione appare quasi temeraria. A giustificare la diaspora manca una vera pietra d’inciampo politico. Manca un “casus belli” chiaro, riconosciuto e riconoscibile (a meno di voler considerare tale, e così non è, la presenza di una poltrona in più nell’organigramma o la mancanza di una politica per il Sud). I suoi ex colonnelli, nella stragrande maggioranza, non lo seguono. E forse i suoi elettori, nella stragrande maggioranza, non lo capiscono.

Ma quella di Fini non è e non può essere una guerra lampo. Sarà piuttosto una guerra di logoramento. Come annunciano nei corridoi i cinquanta “fedelissimi” del presidente, si consumerà nei rapporti istituzionali, nelle aule parlamentari, negli organismi del partito. E questo la dice lunga su cosa sta diventando il glorioso Partito del popolo della Libertà. E su cosa diventeranno i prossimi tre anni di legislatura. Altro che le verdi vallate delle riforme. Piuttosto il Vietnam delle imboscate.

Nella logica berlusconiana, tutto questo è sufficiente per comprendere la portata “eversiva” della metamorfosi in atto. Il battesimo di una “corrente del Presidente” dentro il Pdl, nella visione cesarista del premier, è intollerabile perché incomprensibile. Lo scriveva ieri “Il Foglio” di Giuliano Ferrara (che sa di cosa parla) citando il commento di Wellington, capo di governo di Sua Maestà britannica, alla fine della sua prima riunione del gabinetto: “Non capisco. Ho dato un ordine, e tutti si sono messi a discutere”. Questo deve essere lo stato d’animo del Cavaliere, di fronte alle “discussioni” alle quali vuole inchiodarlo il co-fondatore. Lui ha dato e dà i suoi ordini: che bisogno c’è di discutere?

E infatti Berlusconi non vuole discutere. Né con Fini, né con chiunque altro. Il solo interlocutore con il quale accetta il dialogo alla pari è e continuerà ad essere il Senatur, che gli porta in dote la Padania ormai nata. Per questo non farà sconti al presidente della Camera. Ignorerà le sue richieste e le sue proteste. E continuerà a indicargli il ritorno alla “casa del padre” (la vecchia Alleanza nazionale) se della nuova casa non condivide le regole e le gerarchie. Ma è proprio per questo che la diaspora che si è aperta nella coalizione, anche se non sfocerà in una scissione, non potrà mai finire. La “coabitazione” si tradurrà in un equilibrio destabilizzante. La maggioranza sarà costretta a una mediazione estenuante. Il governo sarà condannato a un galleggiamento paralizzante. I danni per il Paese saranno incalcolabili.

Fini sta chiedendo a Berlusconi di non essere più Berlusconi. Questa è la sfida impossibile del co-fondatore. Sta proponendo al fondatore del Pdl di fare il “segretario”, mentre lui è sicuro di esserne il “proprietario”. Il presidente della Camera affronta questa battaglia quasi a mani nude: ha molte idee, ma pochi soldati. La sua vera arma è l’anagrafe. Ma non è detto che gli basti, contro quello che i giornali di famiglia ormai definiscono “Cav. Il Sung”.

L’appetito della Lega

Monday, April 19th, 2010

Nel 2009 il Veneto, che ha appena tributato un consenso elettorale record alla Lega, ha perso circa 52.000 posti di lavoro, il numero dei disoccupati ha raggiunto il livello di 126.500 persone. Secondo l’agenzia Veneto Lavoro il prodotto interno lordo in questa regione chiave dell’economia nazionale è calato del 4,8% lo scorso anno, il prodotto pro-capite è sceso ai livelli di dieci anni fa e un recupero sulla media del 2008 sarà possibile solo nel 2015, se tutto andrà per il meglio. I più colpiti, quelli che pagano gli effetti più duri della crisi, sono gli operai maschi, stranieri e con un contratto a tempo determinato. Sono stati licenziati, difficilmente troveranno un’occupazione nel breve-medio periodo.

Questa è la realtà sociale ed economica del Veneto. Una realtà difficile come in molte altre regioni italiane. Poi c’è la politica, ci sono le amministrazioni, ci sono i nuovi leader leghisti. Uno si aspetterebbe che davanti a una crisi spaventosa e dopo una vittoria elettorale senza condizioni gli amministratori di Bossi affrontassero questo momento delicato con piglio deciso e provvedimenti adeguati all’emergenza. Ma, per ora, bisogna aspettare. Anche gli uomini della Lega tengono famiglia e amano i piaceri del potere.

A Treviso i leghisti rifanno la sede della provincia come se fosse una reggia spendendo senza ritegno e comprando pure un tavolo di cristallo da 12mila euro ma poi negano i soldi alle scuole. La presidente della provincia e sindaco di San Donà Francesca Zaccariotto, astro nascente della Lega, appena eletta si era aumentata lo stipendio. Altri amministratori e sindaci leghisti, ad esempio ad Asolo e in altri comuni del trevigiano, hanno pensato che, crisi o non crisi, è giunto il momento di arrotondare stipendi e indennità perché non si vive solo di aria e di gloria politica.

Sono solo alcuni esempi della Lega di governo e di sottogoverno raccontati nell’inchiesta di Toni Fontana che offre un punto di vista diverso e alternativo sulla classe di governo di Bossi che, accanto ad amministratori abili e presentabili, propone il sindaco di Adro che non vuole dare da mangiare ai bambini delle famiglie morose o la giunta di Brescia che nega il bonus bebè ai figli degli immigrati.

Oggi che la Lega ha in mano la guida del Piemonte e del Veneto, e partecipa al governo in Lombardia puntando anche a Palazzo Marino a Milano, mostra sul territorio la sua faccia feroce coi più deboli e, su un livello più alto di potere, capitalizza il numero dei voti esigendo, come ha detto esplicitamente Bossi, «le banche del Nord, perché ce lo chiede il popolo» e punta a infilare i suoi uomini nei consigli di amministrazione delle grandi aziende di Stato e nelle municipalizzate. Come si può contrastare questa Vandea?

Con la presenza, la testimonianza forte di una politica diversa. Tonino Guerra ha scritto al Corriere della Sera per proporre al presidente della Repubblica di scegliere come senatore l’italiano «che non ci sta», l’imprenditore Silvano Lancini che ha pagato i diecimila euro di rette arretrate della mensa dei bambini di Adro. Una speranza.

P.D.L. : Partito Della Lega

Thursday, April 15th, 2010

L’amministrazione Comunale di Castelnuovo VC è intervenuta in data 7 Aprile, con una comunicazione gravemente offensiva e lesiva dei diritti di alcuni bambini della scuola primaria, sospendendogli il trasporto e la mensa scolastica, a causa di insoluti accumulati dalle famiglie nei confronti dell’Amministrazione.

Tutti i cittadini possono leggere nella bacheca del PD con i propri occhi, il documento che il Sindaco e la sua giunta hanno così “religiosamente” predisposto.

Documento che i ns. amministratori si sono ben guardati di mostrare al consiglio comunale di martedì 13 aprile ’10, ma che solo, dopo una formale richiesta, è venuto in nostro possesso.

Ci dicono che non eravamo informati dei fatti………..già prima di noi molti cittadini erano già informati , e comunque il documento PARLA CHIARO.Forse, da oggi, anche a Castelnuovo non tutte le famiglie sono uguali, o forse non tutte hanno lo stesso livello di trattamento; riguardo al coordinamento che ha la giunta con gli altri enti, ci riserviamo di capire come si è mosso il dirigente scolastico a fronte del comunicato (qui riportato) con protocollo n°1600 redatto in data 6/4/2010.

NELLA COMUNICAZIONE, INFATTI, SI LEGGE CHE LE MAESTRE, GLI AUTISTI E GLI ADDETTI ALLA MENSA AVREBBERO DOVUTO VIGILARE AFFINCHÉ LA SOSPENSIONE DEL SERVIZIO FOSSE EFFETTIVA.

In un volantino distribuito dall’Amministrazione a firma del Sindaco dal titolo “Nel pieno rispetto della legalità e del buonsenso “ diffusa in risposta alle aspre critiche mosse dal PD, si legge che nella pratica le prestazioni non sono state sospese in quanto delle quattro famiglie tre hanno adempiuto, e per la quarta vi sono accertamenti in corso. E se non avessero pagato? Avrebbero negato il pasto a dei bambini ? Ci chiediamo come abbia potuto concepire un’Amministrazione che dice di aver operato con buonsenso, un provvedimento così greve e odioso.

E’ inaccettabile che si faccia ricadere su dei bambini responsabilità che in nessun caso sono loro.

Ogni Amministrazione si trova a dover gestire il problema delle insolvenze, ma nessuna, in passato ha agito così vilmente e in modo così palesemente discriminatorio.

I tempi cambiano non c’è dubbio, c’è un vento nuovo che soffia ad Adro come a Castelnuovo, ma noi non permetteremo che ci ricacci indietro, verso derive razziste e discriminatorie dove ogni solidarietà viene meno.

 

PRESIDENZIALISMO? NO GRAZIE!

Wednesday, April 14th, 2010

La politica in questi giorni si occupa solo di una cosa che interessa ai politici, molto meno agli italiani: il presidenzialismo. Silvio sembra pensare che questa sia LA riforma, i giornali ed i politici lo assecondano, come sempre, seguendolo a ruota, qualsiasi stupidaggine gli esca dalla bocca. Non si per quale motivo questa riforma debba essere la più importante, e quindi la prima in agenda, dato che coinvolgerebbe soltanto la classe politica e poco gli italiani. Non si sa come questo sia più importante ad esempio di una riforma del lavoro e delle imposte su di esso, di una riforma della giustizia (vera, non quelle svilenti di cui si parla ogni tanto), ma tant’è che non si parla d’altro. Silvio, come al solito, sa come attirare l’attenzione, sa come fare la vittima, e ha scelto di farlo davanti agli industriali riuniti, piangendo il morto su quanto non possa fare niente per loro (mentre per se stesso evidentemente sì) perché il suo governo dei decreti ad personam lampo, ha le mani legate. Poco credibile. Si parla quindi di modello francese, di doppio turno, di modello americano, di un fantomatico modello italiano… senza ovviamente spiegare cosa comporterebbero queste modifiche alla costituzione, che, per quanto possa dire Fini, non si possono fare solo con la maggioranza, ma richiedono i 2/3 del consenso, oppure un referendum. Vediamo un po’ le differenze tra il nostro sistema e quello che sembra andare per la maggiore, che nessuno ci spiega. Attualmente la nostra è una repubblica parlamentare. Il parlamento è l’organo principe della nostra repubblica, è diviso in due camere: la Camera dei Deputati ed il Senato della Repubblica e viene eletto ogni cinque anni dal popolo. In seguito alle elezioni, la maggioranza, la coalizione di partiti che ha ricevuto il maggior numero di voti, propone il suo capo di governo (solitamente il capo della coalizione, ma non necessariamente), che ottiene il voto di fiducia dalle camere riunite. Il governo viene così composto dal suo capo, il Presidente del Consiglio dei Ministri, e dai ministri, che egli propone. Una mozione di sfiducia nei suoi confronti può essere presentata in ogni momento da un decimo dei componenti di una camera. Le leggi possono venir proposte ugualmente dal governo o dal Parlamento e devono essere votate da entrambe le camere. Il Parlamento ha inoltre il potere di eleggere il Presidente della Repubblica, ogni sette anni. Egli rappresenta l’unità nazionale ed ha il potere di promulgare le leggi approvate dal parlamento in conformità con la Costituzione. Il modello francese è il semipresidenzialismo. In questa forma di governo il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dal popolo, che vota per un partito e conseguentemente per il suo candidato alla presidenza. Il Presidente della Repubblica nomina il primo ministro con il quale condivide il potere esecutivo, che in questo caso è soltanto un primus inter pares. Mentre il primo ministro può essere sfiduciato, il Presidente della Repubblica non può essere rimosso, a meno di gravi accuse giudiziarie. Il Parlamento può essere eletto contestualmente all’elezione del presidente o meno, entrambe le soluzioni sono diffuse nel mondo. In caso vengano eletti in due momenti differenti c’è la possibilità di una convivenza forzata tra un premier di un partito e un presidente di un colore avverso. Il Parlamento ha poteri ridotti, in Francia ad esempio la costituzione prevede esplicitamente quali leggi possono essere promosse dal parlamento e quali invece soltanto dal governo. Le leggi sono in ogni modo votate dal parlamento che si riunisce in sessioni non più lunghe di quattro mesi, a meno che non sia richiesto da decreto presidenziale. Per quanto riguarda i turni di voto, con l’elezione diretta al primo turno vincerebbe chi ottiene il maggior numero di voti, indipendentemente dalla percentuale. Con un secondo turno invece avremmo il ballottaggio tra i due candidati con il maggior numero di voti; il vincitore in questo caso dovrà quindi superare il 50% dei voti. Silvio quindi vuole il presidenzialismo alla francese, magari in turno unico, per non correre rischi, per essere assolutamente intoccabile per tutta la durata del governo, per dettare le regole al proprio primo ministro e per avere un parlamento spogliato delle sue funzioni principali. Inoltre non avrebbe più un Presidente della Repubblica che lo controlla (per quanto poco…) e gli impedisca di fare esattamente quello che vuole. Mica scemo. Storicamente inoltre i sistemi presidenziali sono quelli più esposti ai regimi ed alla corruzione. Siamo davvero sicuri che ciò sia quello di cui l’Italia ha bisogno in questo momento?

Toh, Berlusconi è in minoranza

Sunday, April 11th, 2010

Quante volte l’abbiamo sentita da Berlusconi e dai suoi, negli ultimi 15 anni, la tiritera che “gli italiani sono con me”, “la stragrande maggioranza degli elettori mi vogliono leader”, eccetera eccetera?

L’ha ripetuta così tanto che anche una buona parte dell’opposizione ha finito per crederci, e si muove con la timidezza di chi si considera sconfitto a vita.

Oggi il Giornale, in prima pagina, ci rivela che non è vero.

Lo fa con un titolone e un editoriale contro il sistema elettorale francese, quello a doppio turno, che in Italia abbiamo solo per i sindaci dei comuni più grossi.

Spiega il direttore del Giornale: «Anche chi non s’intende di sistemi elettorali non fatica a comprendere che col doppio turno, alla seconda tornata, tutti i partiti attualmente contro la coalizione di governo si alleerebbero per battere il premier e con i numeri su cui possono contare ce la farebbero». Concetto espresso anche nel catenaccio: «Il doppio turno è un sistema infallibile per far vincere gli avversari».

Divertente, no? L’organo ufficiale del governo ha paura di un sistema profondamente democratico come quello francese perché sostiene che con quel sistema il suo leader finirebbe in minoranza.

Fa tuttavia un po’ sorridere che tanta sicumera berlusconiana, brandita trionfalmente nelle piazze e nei tg, si sciolga come neve al sole nel momento in cui si ipotizza che un giorno gli italiani siano chiamati a votare con una scelta secca tra due soli candidati, uno di centrodestra e uno di centrosinistra.

Enrico Rossi: “Primaria la questione morale. Si riparta dalle case del popolo”

Friday, April 9th, 2010

Firenze, 8 aprile 2010 – Oggi il neo governatore della Toscana, Enrico Rossi, è stato ospite a Repubblica Tv. Una mattinata in cui oltre a parlare di immigrazione e pillola abortiva Ru486 Rossi è entrato più in profondità nelle questioni di politica. Per il Pd, il principale terreno su cui muoversi secondo Rossi è “la questione morale, che viene prima anche di quella economica”. “Sto pensando alle case del popolo. In Toscana – ha detto – bisogna parlare con i responsabili dell’Arci e impegnarci come partito e come coalizione per riandare nelle case del popolo. Il fatto è culturale. Bisogna provare a ridare ai cittadini la possibilità di essere anche protagonisti della politica, non solo spettatori televisivi”. Ricordando il suo impegno in passato per salvare la Piaggio, Rossi ha detto che “un partito che non ha il gusto di passare una notte con gli operai o a distribuire volantini perde le proprie radici: io avverto questo pericolo”. Poi sempre rivolto al Pd, ha rilanciato il suo motto “basta fighetti”. Un motto che è “l’opposto del carrierismo in politica”, ha spiegato e che “vuol dire che c’é bisogno di dirigenti popolari, che stanno a contatto con i lavoratori, i cittadini, che prendono la politica come impegno serio, non come scalata personale”. Per Rossi “il Pd deve riscoprire questo tipo di battaglie. Noi, quando va bene, diamo l’idea di essere bravi amministratori. Questo ci distanzia dai cittadini, ci fa parlare in maniera incomprensibile”

L’ATTACCO DELLA DESTRA ALLA SCUOLA PUBBLICA

Tuesday, April 6th, 2010

Il disegno politico politico sulla scuola della destra governante è chiaro:

Il ministro Gelmini al Corriere della sera il 18/6/2009 ha dichiarato:

- Voglio che tutti abbiano il diritto di andare alla scuola pubblica o privata. Quindi dato che le scuole private costano stiamo pensando a una riforma che dia un bonus a chi vuole frequentarle un po’ come già succede in Lombardia -.

In Lombardia il sistema instaurato favorisce le famiglie che mandano i figli alle scuole private, naturalmente famiglie con redditi alti e che quindi penalizza la maggioranza degli studenti che frequentano la scuola statale.

Il disegno è chiaro meno soldi alle scuole pubbliche e più soldi alle private.

 

COME ERA STATO PROFETICO UNO DEI PADRI DELLA COSTITUENTE : PIERO CALAMANDREI

In un discorso del 1950 disse:

-  Facciamo l’ipotesi che ci sia un partito al potere, il quale non vuole rifare la marcia su Roma e trasformare il parlamento in alloggiamento di manipoli, ma vuole istituire una larvata dittatura.

Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali.

C’è stata in quella scuola una certa resistenza c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata.

Allora cosa fare per impadronirsi delle scuole e trasformarle in scuole di partito?

Si comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle a impoverirle…… e si comincia a favorire le scuole private. 

Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

Il partito dominante non potendo trasformare le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private come fa?

Dà alle scuole private denaro pubblico…. denaro di tutti i cittadini………  -

 

Allora se è vero che la scuola rimane il luogo per eccellenza per formare i cittadini, occorre mettere in campo una grande iniziativa unitaria di forze sociali e politiche, di movimenti, associazioni che contrasti con forza il progetto della destra  e proponga un progetto alternativo fondato sulla partecipazione attiva di chi la scuola la fa e la costruisce ogni giorno.

Perché la scuola, insieme all’università, alla ricerca è il più grande investimento per il futuro del nostro paese!

 

PERCHE’ E’ UN DIRITTO UNIVERSALE ED UN BENE COMUNE CHE NON PUO’ ESSERE NEGATO NE’ CALPESTATO!

Siamo in piedi, ora acceleriamo

Friday, April 2nd, 2010

Questa mattina il segretario nazionale Pier Luigi Bersani ha inviato una lettera a tutti i coordinatori dei circoli del Partito Democratico. Di seguito il testo integrale.

Carissimo/a,
le recenti elezioni regionali sono state per tutti noi un passaggio importante, che ci mostra tutta la complessità e la profondità dei problemi che abbiamo di fronte.
Il Partito democratico è in piedi. Sentiamo forte in queste ore la delusione per avere perso la guida di alcune regioni, e il Lazio e il Piemonte per una manciata di voti. La delusione è solo in parte attenuata dal fatto che
abbiamo conquistato comunque la presidenza di sette tra le tredici regioni in palio: un risultato certamente non scontato alla luce dei rapporti di forza che si sono determinati nelle elezioni più recenti, tenendo conto che
le elezioni regionali del 2005 si erano svolte dentro un altro universo politico. Va rimarcato che per la prima volta dopo molto tempo, nel voto di domenica e lunedì scorsi si è verificato un arretramento consistente dei
consensi del Popolo delle libertà, solo in parte compensato dalla crescita della Lega; le distanze tra il campo del centrodestra e il campo del centrosinistra sono oggi sensibilmente inferiori rispetto a un anno fa, e
quindi pur dentro a elementi di delusione si apre uno spazio per il nostro impegno e per il nostro lavoro.
Tuttavia, dal voto emergono chiaramente alcuni problemi di fondo nel rapporto tra i cittadini italiani e la politica: c’è una disaffezione crescente, che si manifesta come distacco e radicalizzazione, verso una politica che gli elettori percepiscono come lontana dai loro problemi. Una
crisi sociale ed economica pesante fa sentire ogni giorno le sue conseguenze sulla vita dei cittadini, senza che dal governo arrivino risposte adeguate alla gravità dei problemi. Il principale responsabile di questa situazione è
il presidente del consiglio; ma è una situazione che interroga anche noi.
La possibilità di cambiare il corso delle cose è legata alla nostra capacità di offrire un’alternativa positiva e credibile, di dare un’altra possibilità agli italiani. Adesso dobbiamo accelerare. Da qui dobbiamo ripartire
mettendoci al lavoro per rafforzare il nostro progetto e per dare radicamento a un Partito democratico concepito come una grande forza popolare, presente con continuità ovunque la gente vive e lavora e capace di offrire proposte che abbiano un contenuto sempre più visibile e coerente.
Diversamente, i rischi non solo di disaffezione dell’elettorato ma anche di radicalizzazione e di frammentazione impotente, non potrebbero che diventare
più gravi.
Dobbiamo servire il Paese raffigurandoci come un partito fondato sul lavoro, il partito della Costituzione, il partito di una nuova unità della nazione.
Il Partito democratico è il partito di una nuova centralità e dignità del lavoro dipendente, autonomo, imprenditoriale e della valorizzazione del suo ruolo nella costruzione del futuro del Paese. È il partito che non accetta
che il consenso venga prima delle regole e lavora per istituzioni più moderne rifiutando la chiave populista. È il partito che dà una risposta innovativa al tema delle autonomie nel quadro di una rinnovata unità
nazionale.
Avvieremo insieme un grande piano di lavoro incardinato su questi obiettivi.
È evidente in questo l’importanza del ruolo dei circoli come punto di presenza e di impegno visibile del partito sui territori e come luogo della selezione della nuova classe dirigente della quale abbiamo bisogno. È
pensando a tutto questo che voglio ripetere anche qui che nel Partito democratico c’è spazio, come è nostro costume, per una discussione larga e libera sul dopo elezioni e sulle prospettive del nostro partito, ma non per
dibattiti autoreferenziali che potrebbero allontanarci dal senso comune dei nostri concittadini.
Buon lavoro. Approfitto per rivolgere a tutti voi e alle vostre famiglie i miei auguri di Buona Pasqua e vi saluto ringraziandovi per il vostro impegno.

http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/97572/siamo_in_piedi_ora_acceleriamo

Rossi: «Nel Pd non c’è bisogno di fighetti ma di politici veri»

Thursday, April 1st, 2010

«Provo una certa irritazione per l’attenzione data alla Toscana nel dibattito nazionale. Si dipinge una Toscana statica, con un risultato scontato. Ci guardino, invece»

FIRENZE – «Chi vuole fare politica deve mettersi ventre a terra e andare davanti alle fabbriche, nelle case del popolo, nelle piazze, nel territorio: come dissi già quando ero assessore alla sanità, non abbiamo bisogno di fighetti ma di politici veri». Enrico Rossi, neo eletto presidente della Toscana, mette subito in chiaro che lui, di divisioni e dibattiti all’interno del Partito Democratico, comincia ad essere un po’ stanco. «L’unità è un valore fondamentale – ha aggiunto – è quello che ci chiedono i cittadini. Al Pd oggi io dico di guardare meglio l’esempio della Toscana. In una politica dove valgono gli esempi negativi o quelli che sono funzionali al combattimento politico e strumentale, io credo, invece, che la Toscana possa essere un esempio positivo, di buon governo».

E’ più che un semplice «sos Toscana», il messaggio che Enrico Rossi manda ai vertici nazionali del proprio partito e all’Italia intera. C’è un nord leghista, c’è un sud berlusconiano, ma c’è anche un centro geografico, con un’identità politica chiara e rafforzata dal risultato delle ultime elezioni. Bersaglio del neo presidente è il ritratto “stucchevole” che viene abitualmente fatto di Toscana, Umbria e Marche. «Per questo – ha detto Rossi, stabilendo così il sui primo impegno in agenda – voglio scrivere per incontrarmi presto coi presidenti di Umbria e Marche affinché l’Italia centrale riprenda il posto che le spetta. Ovviamente non con intenzioni anti-unitarie, ma solo per rappresentare il centro Italia con i suoi problemi e le sue caratteristiche».

Di fronte ad un martellamento mediatico e politico, che elogia il nord est leghista («dove trionfano la xenofobia e l’egoismo») e un sud berlusconiano («dove trionfano assistenzialismo e criminalità organizzata»), «la rappresentazione di una Toscana bulgara non ci rende giustizia». Rossi parla a nome di tutti i toscani: «Non siamo un popolo di beoti. Se uno ascolta Bondi, sembra che viviamo in una morsa di ferro. Noi siamo invece un esempio positivo. Ci vengano a studiare». Messaggio chiaro, fin troppo per il Partito Democratico: «Se l’Italia di centro sparisce, accade anche per colpa dei commentatori della nostra parte politica». I segnali di questa ritrovata identità «dalla spiccata sensibilità sociale», per Rossi, sono forti e evidenti, ovunque, anche «a Orbetello, che è il comune di Matteoli, e così a Prato, dove torniamo a vincere, e a Volterra». In quest’ultima città, alle comunali, il Pd aveva perso e «il centrodestra ci aveva sguazzato, tirando in ballo chissà quali colpe sulla sanità».

Continuando sul dato elettorale, «a dimostrazione che tutto è possibile – scherza Rossi – basti pensare che un pisano ha vinto a Livorno, con oltre il 60%. E questo è contro natura» Un ritorno al territorio, dunque, «che vuol dire coi cittadini: ho visitato in tre mesi tutta la Toscana, abbiamo ascontato i sindaci e le forze sociali». Questo, da candidato. Ora, da presidente, Enrico Rossi continuerà «a girare la Toscana, perché è giusto ritornarci nella nuova veste, per ridire le cose che ho già detto, ma con ben altra capacità e sostanza». Quanto all’agenda elettorale, mentre i cronisti spingono sul pedale del toto-giunta, dei contrasti interni al Pd («Renzi esprime le sue posizioni, io le mie»), del successo dell’Idv, Rossi scala la marcia: «Non abbiamo bisogno di divisioni, ma di lavorare. Punto 1, l’economia. Punto 2, la scuola pubblica. Dobbiamo capire cosa possiamo fare come istituzione» Guardando più avanti, la linea generale deve essere quella di «non cedere mai sul piano dell’equilibrio di bilancio, per quanto ci possano trattare da Roma. Noi abbiamo i bilanci certificati come una società di borsa, quindi con un margine di disavanzo molto ristretto» Per fare tutto questo, «non abbiamo bisogno di fighetti, ma di politici veri, che magari litigano, ma che sono lì sul lavoro. Ma, ribadisco, a livello nazionale – conclude Enrico Rossi – esigo più rispetto da parte dei mezzi di comunicazione e più attenzione dal partito»

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/elezioni2010/notizie/rossi-nel-pd-non-c-bisogno-fighetti-ma-politici-1602754332688.shtml