Archive for March, 2010

Lavoro, Napolitano non firma – Troppi dubbi sull’arbitrato

Wednesday, March 31st, 2010
ROMA – Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha firmato il Ddl del governo sul lavoro e ha rimandato il testo alle Camere. Ponendo forti dubbi sulla norma che prevede l’estensione dell’arbitrato nei rapporti di lavoro. Le perplessità riguardano, in particolare, il modo con cui il Parlamento ha legiferato su una materia complessa quale quella del lavoro e che ha prodotto “effetti negativi”. “Già altre volte – aggiunge il capo dello Stato – ho sottolineato gli effetti negativi di questo modo di legiferare sulla conoscibilità e sulla comprensibilità delle disposizioni e quindi sulla certezza del diritto, sullo svolgimento del procedimento legislativo per l’impossibilità di coinvolgere tutte le commissioni competenti”. Serie perplessità sono state sollevate anche “per una così ampia delegificazione”. “Il Capo dello Stato è stato indotto a tale decisione dalla estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni, gli articoli 31 e 20, che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale. Ha perciò ritenuto opportuno un ulteriore approfondimento da parte delle Camere, affinché gli apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento possano realizzarsi nel quadro di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale” si legge nella nota del Quirinale. Che, per la prima volta, dal momento dell’elezione di Napolitano, rinvia una legge alle Camere. Cauta la reazione del governo. “Terremo conto dei rilievi del capo dello Stato” dice il ministro del Welfare Maurizio Sacconi – proporremmo alcune modifiche che mantengano in ogni caso l’istituto che lo stesso presidente della Repubblica ha apprezzato”. Auspicando “un sollecito esame parlamentare” sui tre punti indicati dal capo dello Stato. Le critiche del Colle. I rilievi del Colle si appuntano su una delle due norme del ddl Lavoro. Quella che riguarda la nuova procedura di conciliazione e arbitrato che di fatto incide sulle norme dell’articolo 18 relative al licenziamento. In particolare l’articolo indicato nel comunicato del Quirinale prevede che già nel contratto di assunzione, in deroga dai contratti collettivi, si possa stabilire che in caso di contrasto le parti si affidino ad un arbitrato. L’articolo 31 modifica profondamente le disposizioni sul tentativo di conciliazione. Per Napolitano “occorre verificare che le disposizioni siano pienamente coerenti con la volontarietà dell’arbitrato e la necessità di assicurare un’adeguata tutela del contraente debole”. Ovvero del lavoratore. Un altro articolo sul quale il Quirinale muove rilievi è il 20, che esclude dalle norme del 1955 sulla sicurezza del lavoro il personale a bordo dei navigli di Stato. Infine il capo dello Stato chioede una riflessione “opportuna” sugli articoli 30, 32 e 50. Le reazioni. “Napolitano ha sempre mostrato una grande attenzione” alla eterogeneità delle norme e alle coperture finanziarie, è nel suo potere rimandare alle Camere, non ho nulla da obiettare” dice il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Soddisfazione è stata espressa dal Pd (“Speriamo che la maggioranza non sprechi questa occasione offertale dal presidente della Repubblica”, hanno detto i deputati della commissione lavoro di Montecitorio, Marianna Madia e Ivano Miglioli) e dalla Cgil, fortemente critica verso il provvedimento. “E’ una decisione – dice il segretario Guglielmo Epifani – che conferma le considerazioni della Cgil sugli aspetti critici del provvedimento. E’ di tutta evidenza l’intempestività di una dichiarazione comune su una legge nemmeno ancora promulgata nè pubblicata sulla Gazzetta ufficiale”. “Finalmente il presidente della Repubblica batte un colpo e rimanda alle Camere la legge che voleva modificare, anzi svuotare lo Statuto dei lavoratori. Ne siamo contenti perchè l’Italia dei valori è stato l’unico partito che, a suo tempo, si era permesso di pregare il presidente della Repubblica di non firmare il provvedimento ma di rinviarlo alle Camere” afferma il leader di Idv, Antonio Di Pietro. Per la Cisl, invece l’arbitrato resta uno strumento “utile”.

http://www.repubblica.it/economia/2010/03/31/news/napolitano-articolo-3042552/

Toscana, tutti gli eletti alle Regionali 2010

Tuesday, March 30th, 2010

Lo spoglio è concluso. I verbali sono già stati spediti nei tribunali delle città capoluogo e la proclamazione degli eletti spetterà, subito dopo le verifiche di rito, alla Corte d’appello. Ma i 55 posti del Consiglio regionale toscano, dieci in meno rispetto a cinque anni fa, sono già stati ufficiosamente assegnati. La simulazione è stata fatta dall’ufficio elettorale regionale.

Alla coalizione che ha sostenuto Enrico Rossi andranno 32 seggi: 33 con il presidente della giunta, che siede di diritto in Consiglio. Ventuno saranno i seggi per le minoranze, 22 con il seggio per Monica Faenzi.

Il Partito Democratico e Riformisti Toscani saranno rappresentati da 24 consiglieri: i cinque candidati del listino regionale (Andrea Manciulli, Caterina Bini, Pieraldo Ciucchi, Daniela Lastri, Alberto Monaci) e poi ancora 2 consiglieri a Arezzo (Vincenzo Ceccarelli, Enzo Brogi), 5 a Firenze (Vittorio Bugli, Gianluca Parrini, Alessia Ballini, Paolo Bambagioni, Nicola Danti), 1 a Grosseto (Anna Rita Bramerini), 2 a Livorno (Matteo Tortolini, Marco Ruggeri), 2 a Lucca (Marco Remaschi, Ardelio Pellegrinotti), 1 a Massa-Carrara (Loris Rossetti), 2 a Pisa (Ivan Ferrucci, Pier Paolo Tognocchi), 1 a Pistoia (Gianfranco Venturi), 1 a Prato (Fabrizio Mattei) e 2 a Siena (Marco Spinelli, Rosanna Pugnalini).

L’Italia dei Valori porta in Consiglio i cinque candidati del listino regionale (Fabrio Evangelisti, Francesco Pardi, Sonia Alfano, Giuliano Fedeli, Marco Manneschi).

In caso di rinuncia di uno o piu’ candidati passerebbero, nell’ordine, il primo candidato nella lista provinciale di Firenze (Cristina Scaletti), di Pisa (Maria Luisa Chincarini), di Livorno (Marta Gazzarri), di Lucca (Renato Baldi) e di Arezzo (Franca Corradini).

La Federazione della Sinistra e i Verdi saranno rappresentanti da Monica Sgherri, Paolo Marini, Mauro Romanelli, candidati anche loro nel listino regionale. In caso qualcuno rinunci, passerebbero nell’ordine Carlo Bartoloni (Firenze), Maurizio Bini (Pisa) e Alessandro Trotta (Livorno).

L’Udc porta in consiglio il candidato presidente (Francesco Bosi) e l’unico nome del listino regionale (Nedo Lorenzo Poli). I primi non eletti, in caso qualcuno dei due rinunci, sono Marco Carraresi (Firenze), Giuseppe Del Carlo (Lucca), Luca Paolo Titoni (Pisa) e Lorenzo Zirri (Arezzo).

 Nella Lega Nord entrano in Consiglio regionale il candidato del listino (Antonio Gambetta Vannia), il primo tra i candidati di Firenze (Claudio Morganti) e di Lucca (Marina Staccioli). Se Morganti, eurodeputato, si dimettesse, subentrerebbe il primo dei non eletti a Firenze ovvero Gian Luca Lazzeri.

Nel Pdl, oltre a Monica Faenzi, entrano Alessandro Antichi, Stefania Fuscagni, Salvadore Bartolomei, Marco Taradash e Stefano Mugnai (candidati nel listino regionale), 2 consiglieri a Firenze (Nicola Nascosti e Stefania Fuscagni, che se opterà per il listino regionale sarà sostituita da Paolo Marcheschi), un consigliere ad Arezzo (che se Stefano Mugnai sceglierà il listino regionale sarà sostituito da Paolo Enrico Ammirati) e sempre un consigliere per ciascuna delle altre otto province ovvero Andrea Agresti (Grosseto), Maurizio Zingoni a Livorno (se Taradash opterà per il listino), Santini (Lucca), Jacopo Ferri (Massa-Carrara), Giovanni Donzelli (Pisa), Roberto Benedetti (Pistoia), Claudio Marignani (Siena). Se un consigliere si dimette i meccanismi previsti dalla legge elettorale per la surroga dei consiglieri eletti che rinunciano all’incarico – o che si dimettono perché magari nominati assessori – sono semplici. Per i candidati presidenti eletti come consiglieri subentra il candidato della circoscrizione provinciale che ha il miglior resto non ancora utilizzato. In caso di coalizioni, si considera il miglior quoziente di tutte le liste che compongono quella coalizione: è il caso di Monica Faenzi, parlamentare, che se si dimettesse lascerebbe il posto ad un quarto consigliere della Lega Nord, ovvero Dario Locci (Arezzo).

Lo stesso meccanismo di surroga vale per i candidati del listino regionale. Per i consiglieri eletti nelle liste circoscrizionali subentra il primo dei non eletti di quella determinata circoscrizione.

Le carriole e la luna

Sunday, March 28th, 2010
Ci sono tanti modi di invecchiare. Si può diventare più saggi, ma non è detto. Certi vecchi sono pieni di rancore. Di risentimento cronico verso il mondo che non li ha lusingati abbastanza. Diventano feroci. Alcuni a cent’anni progettano sale da ballo per chi ne ha venti immaginando il piacere altrui. Altri progettano cattedrali per sé, basiliche di potere dove abitare con la corte festante bevendo elisir di vita eterna, per il piacere proprio.

Un lancio di agenzia che andrebbe letto per esteso e ad alta voce col tono stentoreo dei cinegiornali Luce – non l’hanno fatto apposta, gli è venuto così, i tempi son questi – informa che ieri, alla vigilia del voto, il capo del governo italiano si trovava in Libia dove è stato accolto dai dignitari di Gheddafi. Ha visitato il suk dove una folla festante lo rincorreva porgendogli datteri che lui assaporava con gusto ringraziando con gesti delle mani. Ecco l’informazione che vogliamo, finalmente il tono giusto.
Nelle stesse ore Pietro Ingrao, che di anni ne compie martedì 95, parla di come insegni ai suoi bisnipoti a guardare dal balcone la luna: «Io gliela indico, poi toccherà a loro volerla». Dice che bisogna andare a votare perché le regionali sono una prova decisiva, siamo noi che dobbiamo cambiare il Paese e colmare il ritardo «con cui cresce un soggetto collettivo antagonista». Chi, se non noi? Andrea Camilleri ne ha 85, lavora dieci ore al giorno fra teatro e scrivania. Per l’Unità scrive: «Poiché viviamo in un paese anormale, queste che avrebbero dovuto essere delle normalissime elezioni regionali sono state dall’Ineffabile trasformate in un anormale referendum sulla sua leadership appannata». Un referendum. Poi: «Uno dei suoi ultimi slogan dice così: «Se vincono le sinistre, il nostro paese diventerà uno stato di polizia tributaria. Attenzione a quel tributaria. Come dire: cari evasori, votate per me perché io vi ho sempre protetti (…) Basterebbero queste sole parole per squalificarlo come uomo di governo».

Ci vorrebbe una rivolta degli onesti. Di quelli che fanno la fila e pagano tutto, che parcheggiano senza lampeggianti in terza fila e pazienza se perdono tempo a rispettare le regole perché è meglio così che fare un danno a qualcun altro. Non siamo soli al mondo, ricordate? Non bastano i numeri a spiegare il disastro, ne abbiamo troppi nuovi ogni giorno: quelli di ieri dicono che le famiglie pagheranno 700 euro in più all’anno di tariffe, che ci sono 12 miliardi di buco nei conti del Campidoglio di Alemanno. Stanno provando ad aggiustare tutto con una leggina, certo. Aggiustare. Leggina. Bersani parla della cultura del condono, della vergogna che è coprire le illegalità dei ricchi seminando inciviltà, strappando il tessuto che tiene insieme milioni di persone. Alla fine questo si dovrebbe pretendere: che chi governa abbia a cuore i problemi di tutti, non i suoi. Che sia onesto. Che sia saggio. Che sappia indicare la luna e insieme come raggiungerla. Che unisca e non divida. Che unisca. Non divida. Dipende da noi. Sgombriamo le macerie con le nostre carriole, ciascuno la sua. Se sapremo vedere la luna lei vedrà noi.

http://concita.blog.unita.it//Le_carriole_e_la_luna_1127.shtml

Santoro sbanca l’audiweb Successo di Raiperunanotte. Fatta la storia

Friday, March 26th, 2010

Una grande riscossa contro la censura.

Così prometteva Michele Santoro alla vigilia dello speciale Annozero organizzato contro la censura al Paladozza di Bologna. E gli accessi registrati ai tanti siti che hanno dato la diretta streaming dell’evento – 120.000 utenti unici contemporaneamente, boom di contatti soprattutto al nostro sito Unita.it – gli hanno dato ragione. Lo show è partito con un video storico con Benito Mussolini che incita la folla e, a seguire, un pezzo di un video con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi che urla ai simpatizzanti del Pdl: «Volete che torni al Governo questa sinistra?». I seimila presenti al palazzetto dello sport cominciano a inveire contro il premier. Prende poi la parola Santoro che, dal mezzo del campo di palasport emiliano, si rivolge al presidente della Repubblica Giorgio  Napolitano con una lunga lettera aperta: «Noi non siamo al fascismo – dice il giornalista – ma certe assonanze sono comunque preoccupanti… Noi siamo qui per il nostro lavoro di giornalisti. Quarant’anni fa, proprio il 25 marzo, Danilo Dolci decise di infrangere le regole e di fondare la prima radio  libera».

«Non voglio tirarla per la giacca», ha detto Santoro rivolto al Capo dello Stato. «Sono qui soltanto per ribadire che se i partiti non abbandonano la Rai e le istituzioni di garanzia, il nostro paese rimarrà sempre prigioniero del conflitto di interessi». «Noi – dice concludendo la sua introduzione – non solo abbiamo il diritto di parlare, ma anche il dovere di parlare e di farci sentire. Stasera accendiamo le nostre luci perché ricominci “Anno Zero”». Santoro ha ricordato l’Sos lanciato 40 anni fa con la sua radio  libera siciliana da Danilo Dolci, facendolo proprio: «lui decise di infrangere la legge per fare la sua prima radio libera che trasmetteva dalla Sicilia e lanciava un Sos per terremotati e disoccupati del Belice. La radio libera di Dolci fu chiusa dalla polizia perchè aveva violato il monopolio, quando lo fecero altri nessuno intervenne, ma Dolci non aveva alle spalle nè un partito politico nè la P2». Santoro ha ricordato poi il caso delle intercettazioni di Trani: «Vorrei ricordarle signor presidente – ha aggiunto – che per una telefonata Nixon dovette dimettersi: aveva ordinato di spiare i suoi avversari del partito democratico e una commissione del Senato, quando scoprì che le telefonate erano state registrate, disse di pubblicarle per sapere cosa è successo. Qui si è compiuto un delitto di grande gravità: interferenza politica sulla libertà di espressione».
L’Autorità garante delle comunicazioni è «un arbitro tutto lottizzato», creato «nel nostro paese». E «anche questa è una violenza operata nei confronti della nostra Costituzione», ha aggiunto Santoro. Ed ha ricordato che «questo arbitro lottizzato emise una sanzione nei confronti della Rai quando ospitammo Beppe Grillo che le rivolgeva delle critiche. Grillo in questo momento è un soggetto politico e quale è il dovere di noi giornalisti? Pubblicare le critiche. Invece la calunnia, il vilipendio non spettano all’Agcom, spettano ai tribunali». Per Santoro «in quell’occasione si commise un’abnormità: una sanzione da 90 milioni di euro alla Rai qualunque cosa noi facessimo». Il conduttore ha detto anche «in questo paese non si deve parlare dei processi che riguardano il nostro presidente del Consiglio. Che di questi processi non si possa parlare è una ferita profonda del pensiero e della Costituzione».

Tra gli ospiti, oltre alla squadra di Annozero (da Travaglio a a Vauro), Giovanni Floris, Gad Lerner, Nicola Piovani, il comico Antonio Cornacchione, che si lancia in una parodia delle domande alla folla di Berlusconi alla folla di Piazza San Giovanni: «Volete voi che Silvio sconfigga il cancro in 3 anni?».

«Quello che mi colpisce è la tristezza del quadro complessivo. Tutto sta scendendo di livello perchè abbiamo un politico, al di là di chi è e del ruolo, che passa il tempo in maniera così rabbiosa e viscerale, che vede una cosa che non gli piace e e che va chiuso. L’idea che quello che non ti convince debba essere chiuso è un’idea asfittica», dice Giovanni Floris, intervenendo al Paladozza, precisando tuttavia di «non essere d’accordo sul parallelo tra Mussolini e Berlusconi», riferendosi alle immagini d’avvio della trasmissione.

Michele Santoro rievoca quindi l’editto bulgaro pronunciato a Sofia dal premier otto anni fa, che lo colpi’ insieme a Enzo Biagi e Daniele Luttazzi. ”Noi siamo gli unici per i quali non scatta mai la prescrizione”, dice. Sul maxischermo compare il volto di Biagi e il pubblico del Paladozza si accende. Poi e’ la volta di Luttazzi che – accolto da una standing ovation – si lancia in uno spericolato parallelo tra una donna sodomizzata e l’Italia ai tempi di Berlusconi. A seguire, tutti gli interventi dei protagonisti, dal cantante Morgan (fischiato, a dire il vero, dalla platea) ad Antonello Venditti, da Milena Gabanelli a Norma Rangeri, fino a Marco Travaglio.

La kermesse si conclude con un giuramento collettivo richiesto dal tribuno Santoro a sfottò verso gli incitamenti berlusconiani: “Ora e sempre, fuori dal vaso”! Girotondo sul palco, sipario. E la “madre di tutti gli streaming”, come è stata ribattezzata dalla redazione di Santoro, si chiude con una certezza: è stato un grande successo mediatico.

Fonte: Unita.it

 

Nucleare: NO alla superficialità del governo

Thursday, March 25th, 2010

Bersani ribadisce il netto NO al nucleare come decisione approssimativa voluta dal governo e annuncia le proposte alternative del Pd in campo energetico e ambientale

Che ruolo avranno i candidati alle prossime elezioni regionali nelle fila del Pdl? Il loro giuramento pubblico davanti all’imperatore Berlusconi consentirà di scegliere se abbracciare la svolta nucleare tanto predicata dal governo o avranno la forza e il coraggio per rispondere di no? Chi decide: gli elettori o Berlusconi? Saranno governatori o vassalli? Sono domande di buon senso paradossali che possono sembrare anche surreali ma, nella politica italiana, purtroppo, corrispondono all’attualità di tutti i giorni.

A queste domande lecite ha dato una risposta il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani durante una conferenza stampa tenuta presso la centrale nucleare di Borgo Sabotino nei pressi di Latina. “I candidati del centrodestra che dovessero vincere le elezioni regionali “non hanno il fisico” per dire successivamente no al Governo quando questi vorrà costruire sul loro territorio le nuove
centrali nucleari”.

Così invece di investire sull’efficienza energetica, sulle energie rinnovabili e sul rientro nel campo della ricerca del nucleare di quarta generazione, con i risultati elettorali, gli italiani potrebbero trovarsi una “bella” centrale atomica nel giardino di casa senza averla mai richiesta e senza alcuna sicurezza sull’effettiva efficacia vista l’antiquatezza dell’impianto di terza generazione.

Per Bersani “non è sensato il ritorno dell’Italia al nucleare perché, ha spiegato, il nucleare è un sistema e non la costruzione di una o più centrali. Noi non siamo ancora all’abc, visto che dobbiamo
ancora smantellare le vecchie centrali, non abbiamo ancora il sito di superficie e non abbiamo ancora l’Agenzia nazionale”.

Vanno sfatate inoltre le legende tanto conclamate dal governo sui minori costi legati al nucleare: “i calcoli del governo – ha sostenuto Bersani – sono una stupidaggine, perché vengono fatti con i criteri della Corea, e non con quelli seguiti in Francia o in Finlandia”.

“Mi sembra che qui si fa il pesce in barile – ha continuato il leader democratico – con norme che affermano che verranno consultate le regioni ma poi deciderà il governo; così si aprirà un percorso di incertezze. I governatori del centrodestra poi dicono che il nucleare e’ bello ma non nelle loro regioni. Sabato ho visto che loro, come tutti gli altri candidati del centrodestra, hanno giurato nelle mani dell’Imperatore; non credo che abbiano il fisico per dire ‘no’ quando il governo vorrà mettere le centrali nelle loro regioni. Su questo i cittadini si regolino”.

Affrontare la scelta nucleare come una possibile politica nazionale richiede uno studio non approssimativo come quello svolto dal Consiglio dei ministri. In tal senso il Pd si fa portavoce di politiche atte a:

  • lo smantellamento delle vecchie centrali, che è un’operazione industriale con ricadute tecnologiche importanti;
  • identificazione del sito di superficie;
  • varo dell’Agenzia nazionale;
  • ricerca sul nucleare di quarta generazione mentre mettiamo le nostre risorse dentro al risparmio energetico e alle fonti rinnovabili.

“La nostra – ha concluso Bersani – è una proposta realistica e sensata”.

Un ulteriore attacco contro l’approssimazione con cui lavora il governo in campo energetico e ambientale è stato rimarcato anche da Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd. “In campagna elettorale Berlusconi non ha mai citato il tema del nucleare perché sa che gli italiani sono contrari, ma in realtà a Palazzo Chigi già sanno dove saranno costruite le centrali e i siti di stoccaggio. Un governo onesto lo farebbe sapere anche ai cittadini, evitando il balletto ridicolo che la destra continua a mettere in scena. I candidati affermano che le centrali non saranno costruite nella loro regione, i ministri propagandano le meraviglie del ritorno all’atomo. Ed è chiaro che chi ha giurato a piazza San Giovanni non potrà che obbedire.

Per i senatori ecodem Roberto Della Seta e Francesco Ferrante “le dichiarazioni del segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani, rilasciate a Latina in merito alla totale contrarietà del Pd al programma nucleare del governo Berlusconi rendono ancorapiù chiaro che dall’esito del voto di domenica e lunedì dipende se nel Lazio, e in particolare a Latina e a Montalto di Castro, verranno realizzate centrali atomiche”.

“La scelta nucleare del centrodestra – hanno aggiunto i senatori del Pd – è economicamente irrazionale, ed è un pericolo grave per l’ambiente e per la sicurezza dei cittadini. Da questa scelta il Lazio sarebbe una delle regioni più colpite visto che nei suoi confini vi sono ben due aree candidate ad ospitare impianti nucleari. Su questo punto il Pd ed Emma Bonino hanno detto parole chiare: se il Lazio sarà governato dal centrosinistra dirà no alla localizzazione sul suo territorio di centrali nucleari. Questa – hanno concluso Ferrante e Della Seta – è una ragione in più per votare Bonino”.

Per Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd, “c’è un tema costantemente omesso dalla propaganda elettorale di Berlusconi: è il nucleare. Anche dal Palco di Piazza San Giovanni, da dove ha lanciato il patto con i candidati alla presidenza di regione, il nucleare è stato rimosso dalle promesse agli elettori. E’ un imbroglio indecente che sta caratterizzando tutta la campagna elettorale del Pdl: da una parte il Governo propaganda il ritorno al nucleare, dall’altra i candidati in ogni regione rassicurano che non sarà lì che si costruirà una centrale. Un fatto inaccettabile che nega ai cittadini la possibilità di fare di questo tema un punto di valutazione dei candidati in lizza”.

“Del resto Berlusconi sa benissimo che la maggior parte degli italiani, che oggi hanno già pagano in bolletta 400 milioni di euro per lo smaltimento delle scorie del vecchio nucleare, è contraria ad un ritorno all’atomo”, ha proseguito Realacci. “Ma con la solita strategia, racconta una verità a fasi alterne: in alcune occasioni parla delle meraviglie del nucleare, sicuro ed economico, ma alla verifica dei fatti, ben sapendo che si tratta di un argomento complicato, volutamente lo nasconde”.

“E’ ora di finirla con questa inaccettabile menzogna”, ha concluso Realacci. “Il Governo sa benissimo quali saranno le ragioni dove si costruiranno le centrali nucleari e i siti di stoccaggio delle scorie radioattive. Abbia il coraggio e l’onestà di renderli noti agli italiani prima delle elezioni regionali”.

 

LE SOLITE INGERENZE DELLA CHIESA

Wednesday, March 24th, 2010

Monsignor Bagnasco & C. hanno, come al solito, dettato le regole elettorali dei bravi cattolici; la Chiesa, quella ufficiale e gerarchica, è rimasta ferma e “leale” ai diktat che diffondeva dai pulpiti nel lontano 1948. Riscontriamo però alcune diversità rispetto a quei tempi; infatti, i partiti che esaltano la vita e le altre “regole” cristiane sono proprio quelli che hanno “comportamenti iniqui” e “contiguità affaristiche”, come afferma Bagnasco, che però – sugli episodi di pedofilia che hanno investito il clero – parla di strategie di discredito generalizzato….e sappiate che, se per i divorziati, i conviventi e c. ( come i capi dei partiti che la Chiesa promuove….) scatta subito la scomunica, per i preti pedofili no. Sapevamo, o per lo meno credevamo che i princìpi cristiani equivalessero alla fratellanza, all’aiuto ai più deboli e poveri, al perdono, all’accoglienza, al rigore morale; pensavamo anche che le parole del Vangelo fossero guida e insegnamento. Eravamo convinti che la Chiesa e i suoi rappresentanti dovessero essere Finalmente estranei alla politica e alle varie propagande elettorali. Evidentemente, non è così, Bagnasco docet!. Nella famiglia parrocchiale di questa settimana, si tira in ballo un padre (Peppino Englaro) e la sua vicenda dolorosa, addirittura si addita il nostro Presidente della Repubblica (non firmò il decreto salva-Eluana) , un ente pubblico quale la Regione Toscana (che riconosce le coppie di fatto) e una parte del genere umano (gli omosessuali) che chiede stessi doveri e stessi diritti di tutti. Poteva, chi scrive, semplicemente dire il nome del partito per cui votare…… Vogliamo ricordare a tutti che queste sono elezioni in uno Stato, che come recita la Costituzione, è laico e che il Vaticano è, semplicemente, un altro Stato….

La bandiera vaticana

Tuesday, March 23rd, 2010

Le elezioni sono alle porte e la Chiesa italiana ha parlato: o meglio, ha parlato la Cei per bocca del cardinal Bagnasco. La precisazione è d’obbligo: è possibile che una sola voce riesca ad esprimere la quantità e la qualità delle posizioni che si muovono nella realtà del mondo cattolico?

Ci si chiede anche se le elezioni amministrative siano un’occasione di tale importanza da imporre che si levi in modo speciale la voce di un’autorità morale e spirituale come la Chiesa nella sua espressione gerarchica, obbligata dalla sua stessa natura a essere al di sopra delle parti . E non intendiamo levare la pur sacrosanta protesta di chi chiede che le autorità ecclesiastiche si astengano dalla lotta politica: anche se si potrebbe  -  e forse si dovrebbe, visti i tempi  -  ricordare ai vescovi che ci sono tante occasioni di urgenze grosse e di scandali clamorosi davanti ai quali la loro voce dovrebbe trovare il coraggio di levarsi. Lo stato morale del Paese è disastroso. C’è una corruzione che ha invaso  -  partendo dall’alto  -  anche i più remoti angoli dove si dà esercizio del potere. È cosa recentissima la pubblicazione del rapporto annuale dell’agenzia internazionale per il monitoraggio dello stato dei diritti umani nel mondo: e lì abbiamo letto note ben poco confortanti per il nostro
Paese. Che cosa può fare un vescovo in questa situazione?

I modelli di vescovi che hanno saputo affrontare senza paura i potenti per esercitare il loro compito di pastori di anime e di guide di coscienze non mancano certo nella millenaria storia della Chiesa: il gesto di ripulsa e di condanna di Sant’Ambrogio davanti all’imperatore Teodosio fondò il diritto del vescovo di Milano a guidare il suo popolo. Non sono più tempi così drammatici, penserà qualcuno. Eppure l’appello del cardinal Bagnasco ha un tono di una certa drammaticità. Anche se nel suo discorso sono stati toccati diversi problemi, nella sostanza uno domina su tutti gli altri. Gli elettori sono stati invitati a seguire nella scelta elettorale la bussola della questione dell’aborto.

Ora, la domanda che si pone è se questo è veramente il problema dei problemi, quello per cui sta o cade la società. Si dice che questa funzione è quella che prima di tutte le altre appartiene alla Chiesa: la difesa della vita. Bandiera nobile, se altre ce ne sono. La vita umana va difesa. Su questo siamo tutti d’accordo. Ma allora bisogna essere conseguenti e andare fino in fondo. Prendiamo un caso: sono passati appena pochi giorni da un episodio gravissimo: una madre ha partorito in una stazione di sport invernali dove lavorava, sulla neve dell’Abetone. Aveva un permesso di soggiorno legato al suo posto di lavoro. Ha nascosto il parto, il neonato è morto soffocato. Un’immigrata non può avere figli senza rischiare di perdere il lavoro: è l’effetto di una legge approvata da un governo di centrodestra che si vanta di avere il consenso degli italiani. E l’appoggio della Chiesa a questo governo produce ogni giorno effetti devastanti.

Noi non sappiamo quanti siano gli aborti clandestini che si praticano in Italia. Fu per affrontare la piaga dell’aborto clandestino che fu varata la legge 194. E l’effetto si è visto. Era un modo civile di affrontare una piaga antica, ben nota alle autorità ecclesiastiche. Per secoli l’arma della scomunica non ha impedito che nel segreto delle famiglie si eliminassero i figli indesiderati laddove le ferree catene del bisogno imponevano di non aumentare le bocche e di non avere figlie femmine. Allora la scomunica non colpiva i colpevoli della iniqua distribuzione delle risorse. E ancora oggi la condanna ecclesiastica non colpisce coloro che hanno varato quella legge che provoca lutti e dolori, che impedisce alle donne immigrate di avere figli. Né colpisce le forze politiche che non hanno a cuore la tutela della famiglia e che dedicano tutta la loro forza a sottrarre alla legge un presidente del Consiglio invece di varare una riforma fiscale che introduca il quoziente famiglia. Invece basta un normale appuntamento elettorale perché si ripeta ancora lo stanco spettacolo di un’autorità ecclesiastica che si schiera a favore di una parte politica contro un’altra. È un rito vecchio, logorato dall’uso, ripetitivo, facilmente decifrabile. Siamo a una scadenza elettorale resa inquieta dal silenzio della televisione di Stato, assurdamente determinata a lasciare i cittadini in una condizione di dubbio e di perplessità. Sono semplici elezioni amministrative. Non è in gioco la sorte del governo. Si tratta di scegliere i candidati più credibili per affidare loro l’amministrazione di regioni e città. Ci aspettavamo di essere messi in grado di scegliere serenamente sulla base dei profili dei candidati e del contenuto dei loro programmi. Ma di programmi è stato molto difficile parlare.

Il confronto è stato oscurato dall’episodio della clamorosa incapacità del più potente partito italiano di mettere insieme una lista di candidati e di farla pervenire alla scadenza dovuta davanti all’ufficio competente. Una manifestazione di piazza ha costruito lo spettacolo televisivo per raggiungere in un colpo solo tutti gli elettori. Ma forse anche questo spettacolo rischiava di non essere efficace. E allora, che altro si poteva fare per dare una mano al Pdl e combattere la candidatura di Emma Bonino nel Lazio? 

http://www.repubblica.it/politica/2010/03/23/news/bandiera_vaticana-2835089/

FRANCIA REGIONALI.LA STORICA VITTORIA DI MARTINE AUBRY,TRAVOLGE LA DESTRA DI NICOLAS SARKOZY

Monday, March 22nd, 2010

Parigi 22 Marzo 2010

Possiamo dire che a Nicolas Sarkozy non è bastata la gnocca per vincere le elezioni regionali francesi.Difronte alla crisi economica il paese ha scelto di virare a sinistra e l’ha fatto bruciando il Presidente francese in 20 delle 21 regioni disponibili,ha resistito soltanto l’Alsazia al mostro divoratore Martine Aubry.La Francia dunque si risveglia di sinistra e l’ha fatto senza grandi ripensamenti,una svolta epica in poche ore.Un dramma consumato al silenzio di una grande…crisi economica che ha risvegliato gli animi e mostrano la recrudescenza della realtà al mondo variopinto delle illusioni.E’ e sembra che sia quello che teme anche Silvio Berlusconi, il risveglio di quel realismo che….alla fine soppianta ogni infatuazione dei sogni.

Realtà contro le parole vacue dei progetti campati in aria…. La vittoria della sinistra in Francia è un segnale per l’Europa e sopratutto per l’Italia che tra pochi giorni si vedrà forse diversa dopo l’esito elettorale.Questa grande marea rossa ha finito di strappare dalle mani il frustino della destra,rompendo ogni indugio ha sbaragliato l’idea che durante le crisi economiche,le riforme non siano indispensabili.

http://www.corsera.it/notizia.php?id=2165

Senza il lavoro non c’è Italia

Friday, March 19th, 2010

“Senza il lavoro non c’è Italia. Il governo ha l’orecchio su quelli che ce la fanno, noi vogliamo avere l’orecchio su chi non ce la fa o rischia di non farcela: lavoro, imprese e redditi delle famiglie”. E’ l’impegno del Pd che il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha assunto prendendo la parola al presidio davanti a Montecitorio, promosso dalla Cgil a sostegno delle aziende in crisi e dai lavoratori dell’Agile-ex Eutelia, e sono state le stesse parole ripetute durante il primo dibattito tenuto in Parlamento sulla crisi economica, voluto dal PD ed arrivato dopo 22 mesi di legislatura, la prima volta in cui Tremonti ha accettato di confrontarsi sulla sua politicia economica!!

Parlando del dibattito, nato su proposta del PD, Bersani aveva detto ai lavoratori di Eutelia: “Oggi il governo arriverà con le parole non con i provvedimenti ma finalmente dopo molti mesi siamo riusciti ad ottenere una discussione sulla situazione reale del paese. Noi cercheremo di portare i riflettori sulla situazione reale a partire dal problema del lavoro con le nostre proposte sui redditi, gli ammortizzatori sociali e con proposte per dare lavoro”. E’ andata proprio così.

Tra le bandiere rosse della Fiom e della Cgil ed i vessilli dei metalmeccanici Cisl e Uil, microfono alla mano, Bersani ha criticato duramente il governo per una politica industriale “demenziale” che per il 2010 sul 2009 ha previsto “nove miliardi in meno di investimenti pubblici in piena recessione. E’ un’assurdità – dice – a cui bisogna rimediare”. Bersani punta il dito sulla prospettiva con cui l’esecutivo ha affrontato la crisi economica: “Loro prestano orecchio a quelli che ce la fanno, noi a quelli che non ce la fanno o rischiano di non farcela, perché è con la gente al fronte oggi che mangeremo domani, visto che senza lavoro, imprese e consumi non c’è Italia. Chi è oggi al caldo non può dare futuro al Paese”. E i lunghi striscioni dei lavoratori e del sindacato annunciano che “il tempo è scaduto”. Ai 2000 lavoratori dell’Eutelia Bersani spiega che la prima cosa da fare è separare “l’impresa dalla proprietà attuale che è assolutamente improponibile”. Poi rientra a Montecitorio per tenere l’intervento che accompagna la presentazione della mozione di cui è primo firmatario.

Le ossessioni di Berlusconi bloccano l’Italia.

 Lo fanno quelle televisive quanto quelle giudiziarie per il segretario del PD, che denuncia “un governo troppo preso da queste vicende per poter affrontare le emergenze del Paese a partire da quella del lavoro e dalla crisi. Il problema non siamo noi, che vogliamo essere il partito della legalità e non dei giudici – ha detto Bersani – ma il fatto che siamo sempre intorno ai problemi del premier e alle sue ossessioni giudiziarie e televisive”. Da qui l’ironico appello al premier a usare il telefono diversamente: “Se una trasmissione non le piace cambi canale e telefoni ai problemi del Paese! A chi sta bene – ha detto Bersani in aula riferendosi allo scudo fiscale e alle misure fin qui adottate dall’esecutivo – il bel tempo lo garantite, a chi sta nei guai il bel tempo lo promettete”. Insomma, invece dell’immobilismo di governo servirebbero azioni forti: “Discutiamo subito di fisco più equo – ha incalzato Bersani – non tra tre anni. Non ci dite che non si può far nulla per equilibrio di bilancio, noi di bilanci ce ne intendiamo.

 I 6 errori del governo.

Bersani ha rinfrescato a Berlusconi & Tremonti la memoria sulle cose che hanno fatto nell’annod ella crisi economica più grande dal ‘45: “Primo: avete realizzato il megacondono per gli evasori e per gli esportatori di capitali. Secondo: avete previsto un paio, o tre miliardi di euro per Alitalia. Terzo: avete incassato 20 miliardi di euro di IVA in meno in due anni. Quarto: avete aumentato la spesa corrente per beni e servizi della pubblica amministrazione di 12 miliardi di euro in due anni. Quinto: avete tagliato 8 miliardi di euro alla scuola in tre anni con il risultato, spero che vi sia arrivata notizia tra i banchi del Governo, che le famiglie italiane, per la scuola dell’obbligo, stanno contribuendo agli strumenti didattici, alla carta igienica e alla supplenza degli insegnanti. Vi è arrivata notizia di questo piccolo particolare? Infine, avete iscritto nel bilancio del 2010, 9 miliardi di euro in meno di investimenti rispetto al 2009, nel pieno della più grave recessione che abbiamo dal 1945″.

 Le proposte del PD.

Ovviamente dopo aver contestato la politica sbagliata del governo Bersani ha riassunto le nostre proposte: un grande piano di piccole opere, l’apertura di 2-3.000 cantieri comunali. Su questo punto si è rivolto alla Lega direttamente, chiamando per nome und eputato: “Gibelli, ma lo sapete che, secondo i dati Cresme di gennaio e febbraio, i cantieri dei comuni sono calati, sono in recessione, in piena recessione, del 30% rispetto all’anno scorso? Lo sapete che da quando c’è il federalismo delle chiacchiere i comuni non sono mai stati peggio? E ancora, Gibelli, e mi rivolgo alla Lega: è triste, ripeto, è triste vedere il Carroccio che va con l’imperatore e gli tiene la sedia, è triste, è molto triste!”. Poi ha continuato con le proposte di incentivi per l’efficienza energetica, con il ripristinod egli scravi al 55%, ed il ripristino delle politiche industriali in tutti i settori, con le riforme indicate dall’Antitrust. Infine bisogna dare spinta ai consumi, dando un po’ di soldi in tasca a chi ha assolutamente bisogno di spenderli, ai redditi più bassi.

Poi ha ammonito: “Attenzione, adesso sotto le elezioni, tirate fuori 300 milioni di euro di incentivi: un ottavo di quello che si è speso per Alitalia. Con questa storia – arrivano o non arrivano gli incentivi – sono tre mesi che il mercato è fermo: nei mobili, nell’auto, nei carri agricoli, nei tricicli! Insomma, quando verranno fuori, ormai il danno sarà più del vantaggio che ne verrà. Cerchiamo di tenere conto di queste cose. E ancora: le riforme, il fisco (subito!), la lotta all’evasione fiscale, fisco più equo e non fra tre anni, discutiamone! Discutiamo di ammortizzatori e di norme sul lavoro, e non deregoliamo il lavoro! Cos’è che vi fa pensare, come quindici anni fa, che il problema sia la rigidità e il costo del lavoro? Ma venite da Marte? Non è questo il problema, ve lo dice chiunque che non è questo il problema. E non diteci che non si può fare nulla, che non ci sono i soldi e gli equilibri di bilancio. Metteteci più coraggio, metteteci più responsabilità! Noi siamo qui con le nostre proposte”.

 Intercettazioni, RAI ed elezioni.

Per il Pd anche il quadro che esce dalle intercettazioni sulla vicenda Rai-Agcom, con il premier ossessionato da Annozero e da Michele Santoro, desta preoccupazione: “Il paese sta subendo una deformazione democratica – ha detto Bersani – che non ne aiuta la crescita e non ci consente di ragionare sui grandi temi. È una deformazione negativa che alla lunga può diventare pericolosa per questo paese. È desolante vedere un capo del governo che passa il suo tempo attorno a trasmissioni più o meno fastidiose – ha incalzato Bersani – che per tutti i leader mondiali, naturalmente in paesi democratici, sono abituati a vedere”.

C’è poi un timore specifico che riguarda la campagna elettorale, anche in vista della manifestazione del Pdl di sabato prossimo: quello che il governo punti alla «bolgia», secondo le parole del vicecapogruppo Alessandro Maran, che assieme ad Emanuele Fiano si è detto preoccupato dei reiterati allarmi lanciati da ministri (oggi di nuovo Frattini) di un attentato a Berlusconi analogo a quello subito da Tartaglia. In passato il «vittimismo» di Berlusconi lo ha premiato sul piano elettorale. «È inutile – chiosa Bersani – che Berlusconi faccia la vittima, il problema è come fa il capo del governo. Ogni giorno c’è un episodio diverso ma gira intorno al problema di come il premier svolge il suo lavoro».

MA CHE BRAVI!!!

Tuesday, March 16th, 2010

Abituati, come eravamo a leggere le feroci e volgari reprimende che la DESTRA locale era solita indirizzare a Sindaco e Giunta Comunale, accusati di essere degli incapaci -a prescindere-, nonché “ciechi e sordi” in occasione di eventi straordinari quali “Interruzione temporanea di energia elettrica”, “guasti all´acquedotto”, “al teleriscaldamento” e a seguire “il cerro della bassa”, “il raduno di casa la serra” ecc. ecc. ecc., ci aspettavamo, ora che governano il Comune, che la forte nevicata desse loro l´opportunità di dimostrare tempestività e efficienza risparmiando ai cittadini quei disagi conseguenti a questo tipo di evento. E invece pensate un po´: Montecastelli tre giorni senza luce, acqua , telefono e riscaldamento, al Sasso e alla Leccia quasi lo stesso. A La Leccia non c´è stata traccia del Comune, mentre a Castelnuovo le cose sono andate decisamente meglio, forse grazie all´impiego di “risorse” esterne altamente specializzate….. Cosa dire? Sappiamo che i nostri amministratori sono impegnati a “chiamarsi fuori”. Le colpe, se ci sono, sono attribuibili a ENEL, TELECOM, ASA e PROVINCIA e naturalmente al Padreterno…. Loro no, loro sono immuni da colpe e responsabilità, mica come in passato che tutto ciò che non funzionava derivava dalle riconosciute incapacità di Sindaco & Co.! Ma non andiamo oltre….ecco una bella occasione per non ripagarli con la loro squallida moneta, se non altro per non rischiare di coinvolgere in questo sfacelo il personale comunale preposto che, come sempre, si è prodigato oltre ogni ragionevole limite.

13 marzo 2010 – Le cose cambiano -

Monday, March 15th, 2010

La cronaca della giornata, gli interventi dal palco. Bersani: “Noi combatteremo questo governo, ma non avremo Berlusconi negli occhi, negli occhi avremo l’Italia di domani. E la costruiremo con poche parole: lavoro, onestà, serietà, regole, civismo.

“In questa primavera della democrazia e dell’alternativa noi vogliamo dire al paese che democrazia e lavoro sono parole gemelle. Lo dice la più bella Costituzione del mondo, l’articolo uno della nostra Costituzione e nella crisi lo vediamo con chiarezza: più picconi le regole, meno hanno voce e risposta i problemi della gente”. Così Pier Luigi Bersani ha introdotto il suo intervento sul palco di Piazza del Popolo in quella che non è stata solo la giornata in cui le opposizioni al governo Berlusconi sono scese in piazza per manifestare contro il decreto interpretativo per le elezioni regionali. È stata soprattutto, la giornata delle persone che hanno a cuore la legalità, il rispetto delle leggi e del decoro istituzionale. Tutti insieme per ricordare che gli italiani si riconoscono nelle regole e non nei trucchi, nei diritti e non negli spot, nel lavoro e non nelle promesse sempre disattese o nella negazione della crisi. In altre parole, la manifestazione di oggi è stata “una bella giornata, una festa per l’alternativa”.

E così il Partito Democratico, Idv, Sinistra ecologia e Libertà,la Federazione della sinistra si sono ritrovati insieme al mondo dell’associazionismo, i sindacati, il popolo viola e tutte le persone che condividono l’amore per la democrazia e per le istituzioni.

Per Bersani “l’agenda di governo è in mano a uno solo. Berlusconi fa il capopopolo, il capopartito, il capolista, il caporedattore del Tg1. Fa tutto tranne il suo mestiere. Ma impediremo che Berlusconi nel suo livoroso e pericoloso tramonto travolga nel discredito le istituzioni e ferisca l’unità della nazione. Oggi da questa piazza diamo un messaggio forte, chiaro e positivo: cambiamo l’agenda del Paese, dobbiamo mettere il lavoro, la scuola e la sanità universalistici al centro della nostra campagna regionale. Teniamo su i nostri valori. Diremo che un’altra Italia è possibile”. Il senso della manifestazione di Roma? “Non è una lista in più che ci preoccupa. Noi vinciamo lista o non lista. È la legalità che ci preoccupa. Oggi con una vergognosa legge elettorale noi abbiamo deputati nominati. Dopo le regionali dobbiamo lottare tutti assieme per averne un’altra perché con questa non è il governo che risponde alla maggioranza, ma la maggioranza che risponde al Governo. E il governo mostra a tutti di poter fare quello che vuole, i soggetti sociali sono intimoriti e a volte zittiti, l’informazione è ridotta quasi al silenzio e l’agenda del governo è in mano a uno solo che la occupa con leggi per sé e per i suoi. L’agenda del governo è in mano a uno solo che la occupa con leggi per se’ e per i suoi. Il governo fa quello che vuole, in questa legislatura ci sono stati 54 decreti, 29 voti di fiducia, 189 ordinamenti in deroga. Il governo fa quello che vuole”.
Chi si aspettava un attacco contro il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano è rimasto molto deluso. Salito sul palco di Piazza del Popolo, Antonio Di Pietro ha tranquillizzato le migliaia di persone presenti ed il giornale di famiglia: “tirate un sospiro di sollievo, noi dell’Italia dei valori da oggi non affronteremo altro argomento se non la deriva anti-democratica del governo. È della deriva fascista del governo – ha aggiunto – che ci dobbiamo occupare, solo di questo dobbiamo parlare”.

“Berlusconi non può più parlare – ha continuato Bersani – al futuro del nostro Paese. È troppo forte per essere finito ma è già finito per essere davvero forte. Perchè Berlusconi, detto Carnera, non prende la carriola e va a togliere le macierie a L’Aquila che stanno li da un anno?”. “Solo bolle di sapone”, questa è la sostanza dell’attività di governo. “Da Berlusconi vengono solo chiacchiere, mentre la sala macchine del governo fa solo gli affari suoi”.

“Noi combatteremo questo governo, ma non avremo Berlusconi negli occhi, negli occhi avremo l’Italia del domani e la costruiremo con poche parole: lavoro, onestà, regole, civismo. Sono queste – ha ribadito il leader democratico – le parole di una grande riscossa democratica. Le cose cambiano – ha concluso Bersani – affrontiamo con fiducia l’appuntamento elettorale e andiamo a vincere. Viva il lavoro, viva la Costituzione, viva l’Italia di domani. Grazie a tutti per la vostra forza”.

La cronaca della piazza. Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria del Pd, alle 13 era già sicuro:“La manifestazione di piazza del Popolo sarà una grande manifestazione di popolo, civile e serena. Una manifestazione per la democrazia, per il lavoro e la libertà di informazione. Vedo che a Berlusconi, prima ancora che inizi, già ne parla male. Lui dice sempre che le manifestazioni di piazza sono il sale della democrazia, ma evidentemente gli piacciono solo le sue”.

E alla fine si contano più di 200.000 persone in piazza.
“Cittadini e cittadine. Oggi mi piace chiamarvi così. Cittadini e non sudditi. Cittadini responsabili e consapevoli che serve un nuovo inizio a partire dal modo di vivere e di pensare la politica”. Così Emma Bonino, candidata alla presidenza della regione Lazio per il Pd, ha aperto il suo intervento sul palco di Piazza del Popolo. “Noi dobbiamo essere la speranza – ha continuato la Bonino – la proposta e non solo la sterile protesta. Un mondo diverso è possibile, dipende da voi tutti ma occorre essere alternativi al vecchio e al regime da basso impero”.

“La forza di questa campagna – ha concluso la Bonino – non è il possesso della Rai o di Mediaset. La forza è di ogni singolo, ogni cittadino che decide che non è il momento dello sconforto ma della risposta democratica.
Per Nichi Vendola, leader di Sinistra ecologica e Libertà e candidato alla regione Puglia, “la manifestazione di oggi è un primo grande passo per la ricostruzione del cantiere dell’alternativa”.

“Il centrosinistra ritrova la propria piazza – ha aggiunto – un popolo che ha vissuto troppo a lungo in una sorta di diaspora ritrova una relazione con la politica e con i partiti. Oggi siamo in grado di andare oltre la semplice denuncia del disfacimento provocato dal centrodestra, siamo all’inizio della costruzione di un racconto politico e culturale che è la proposta del centrosinistra al Paese”.

“All’Italia stanca e sofferente dobbiamo dire che ora è il momento di riprendere il cammino dell’alternativa. Ci hanno raccontato che la ricchezza è innocente per ontologia ma il sogno berlusconiano si è infranto sulle macerie dell’Aquila. Noi – ha concluso Vendola – non possiamo limitarci ad attendere il cadavere di Berlusconi sulla sponda del fiume. Noi non abbiamo ancora un racconto coerente. Ma oggi, in questa piazza, il centrosinistra ritrova il proprio popolo, per lungo tempo smarrito. Da qui si deve ricominciare”.

Per Dario Franceschini, presidente dei deputati del Pd, la manifestazione di Piazza del Popolo “è un grande segno di vitalità. Il decreto salva-lista è l’ultimo tassello di un lungo elenco di provvedimento che violano le leggi, così il messaggio che passa è quello che se si è più furbi si fa strada, messaggio del governo che va contrastato”, ha detto il capogruppo del Pd alla Camera.

“Berlusconi sta trasformando queste elezioni nell’ennesimo referendum pro o contro di lui per cancellare il fallimento del governo, ma dappertutto i cittadini dicono che vorrebbero confrontarsi sui temi reali che interessano il paese”.

“Il presidente del Consiglio ricorre doviziosamente alla prepotenza, è il suo modo di intendere l’esercizio del potere, che però e’ incompatibile con l’idea di democrazia”, così Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd. “Berlusconi nelle sue dichiarazioni talvolta è grottesco. Ieri ha detto che la lista del Pdl è stata esclusa per colpa dei magistrati. Questo è totalmente paradossale, forse c’è bisogno che qualcuno lo aiuti a rimettere la realtà dove sta e il suo delirio al proprio posto”. “Piazza del Popolo – ha concluso la Finocchiaro – è una piazza bella, seria, non isterica e consapevole, fatta da gente arrabbiata ma composta”.

“Prima ci fu l’editto contro Biagi, ieri è stato scoperto l’editto contro Santoro. C’è un’informazione imbavagliata, asservita e connivente, ma noi non ci arrendiamo a chi vuole zittire l’informazione e mettere l’informazione pubblica in mano ai vari Minzolini”.

“Ci troviamo di fronte a un novello Nerone che ride, se la canta e se la suona con le sue barzellette mentre l’Italia brucia”, ha continuato Di Pietro. “Con Berlusconi non si scherza, gli dai un dito e si prende il braccio. Quello è un piduista e pensa solo ai suoi interessi”.

“Dobbiamo tutti insieme – ha concluso il leader di Idv – impegnarci in uno sforzo comune per abbattere nelle urne il governo Berlusconi. Ma per fare questo dobbiamo essere uniti, vincere e convincere. Occorre fare squadra con gli altri partiti dell’opposizione, però dite loro che alcune regole vanno rispettate, se ci sono delle mele marce mettiamole fuori per distinguerci dagli altri e questo perché se poi vinci e da Berlusconi vai a Berluschini non cambia nulla”.
Bersani ha duramente commentato l’inchiesta di Trani: “Politicamente bisogna dire che è una cosa vergognosa un rapporto politica-informazione di questo tipo”, ha detto il segretario del Pd intervistato da Youdem.tv al termine del suo intervento a piazza del Popolo. “Fa ancora più effetto che un presidente del Consiglio, con tutti i problemi che ci sono, passi il suo tempo su queste cose. C’è un’autorità giudiziaria che sta guardando, vedremo – ha aggiunto – ma sul piano politico la nostra condanna deve essere fortissima”. Poi guardando alla folla ha detto: “Questa piazza è stata un presidio della democrazia e della Costituzione. Mi auguro che la loro piazza possa dimostrare altrettanto. Ma qualche dubbio ce l’ho. Sta a noi far prendere all’italia un’altra strada”.

Il governo dice no alla Cig più lunga

Thursday, March 11th, 2010
Maurizio Sacconi ha detto no: il governo darà parere negativo all’emendamento bipartisan che allunga la durata della cassa integrazione ordinaria da 12 a 18 mesi in forma sperimentale nel biennio 2010-11. Nonostante la crisi, nonostante l’emorragia continua di posti di lavoro. Per il ministro quella norma – nata da un’intesa tra maggioranza e opposizione in commissione Lavoro alla Camera – è semplicemente inutile. Inutili sei mesi in più di tutele senza passaggi burocratici in mezzo? Per Sacconi è così. Al «no» del ministro è partita una raffica di reazioni. «Sacconi si vergogni, sulla cig è provocatorio» attacca Antonio Di Pietro. «La verità è che il ministro accetta solo quello che proviene da lui – aggiunge Cesare Damiano, tra gli estensori del testo “incriminato” – Anziché smentire la sua stessa maggioranza, il ministro dovrebbe dirci qualcosa sulla riforma degli ammortizzatori sociali che ha in mente». «Il suo no alla cig – dichiara Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil – conferma la concezione di inutilità del ruolo del parlamento e la pervicacia nel non dare risposte adeguate alla crisi e alle ricadute che questa provoca sul lavoro».

Il ministro affida le sue ragioni a una dichiarazione liquidatoria. «È una norma inutile perché proteggiamo già i lavoratori ben più di 18 mesi; abbiamo infatti semplificato la Cigs e abbiamo introdotto la cassa in deroga. Per cui – ha detto – duttilmente e flessibilmente copriamo per tempi anche indefiniti tutti i lavoratori che ne hanno i requisiti». Insomma, per il ministro gli strumenti che ci sono bastano. Per di più – spiegano dai suoi uffici – la norma non troverebbe coperture sufficienti. Si parla di 600 milioni. Senza contare il fatto che il fondo individuato (gli 8 miliardi predisposti lo scorso anno per la crisi) sarebbe destinato alla cig in deroga, cui accedono tutte le imprese (anche le piccole, il commercio e i servizi). Utilizzare quei fondi per la cig ordinaria, significherebbe togliere ai piccoli per dare ai grandi. Anche se – a dirla proprio tutta – di quegli 8 miliardi finora sono stati spesi meno di due: le risorse basterebbero per gli uni e gli altri. Ma poche ore più tardi indiscrezioni riportano un parere negativo della Ragioneria dello Stato, che ricalca queste tesi. «Introducendo diritti soggettivi», scrive il Ragioniere generale, che comportano «oneri aggiuntivi a carico della finanzia pubblica per il biennio 2010-2011» presenta un «criterio di copertura che risulta inidoneo».

«Per la verità il fondo in questione è destinato a tutti i tipi di cassa integrazione – replica il leghista Massimiliano Fedriga – se ci sono problemi di risorse, si può discutere. Ma mi sembra importante stabilire il principio. Non voglio polemizzare con Sacconi, confido che si troverà una soluzione». Anche Giuliano Cazzola, altro esponente della maggioranza, ammette che forse non c’è stato un raccordo tra Parlamento e governo, e che forse ci saranno problemi di copertura. Il presidente della commissione, Silvano Moffa, chiede rispetto per il lavoro parlamentare. Insomma, l’imbarazzo a destra si fa sentire man mano che passano le ore e si moltiplicano le reazioni. Sul fronte opposto il no della Ragioneria accende una nuova miccia. «Da quando in qua ciò che è inutile, come sostiene Sacconi, è anche costoso? – dichiara Damiano – La verità è che il governo ha trovato senza problemi i tre miliardi per cancellare l’Ici ai più ricchi, mentre quando si tratta di lavoratori il governo diventa molto amaro». «Vorremmo che Tremonti e Sacconi ci spiegassero perché hanno più volte ripetuto che di soldi per gli ammortizzatori sociali ce n’erano in abbondanza – aggiunge il senatore Pd Achille Passoni – mentre ora scopriamo che un prolungamento di soli sei mesi della Cig è una misura insostenibile per le casse dello Stato».

http://www.unita.it/news/economia/96047/il_governo_dice_no_alla_cig_pi_lunga

LEGALIZZATA L’ILLEGALITA’

Tuesday, March 9th, 2010
Il decreto legge varato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri è un atto senza precedenti nella storia della nostra Democrazia, un atto di arroganza che interviene per cambiare in corsa le regole del gioco. 
Il messaggio che passa al paese è devastante, i cittadini devono rispettare le regole tutti i giorni, le altre liste anche, loro – le regole – se le fanno da se. 
Messaggio tanto più inquietante in quanto arriva in un momento particolare, la crisi del “berlusconismo” che fallisce sia come indirizzo politico, sia perché si dimostra inidoneo a fronteggiare la crisi finanziaria (aumento del debito pubblico ), la crisi economica (aumento della disoccupazione), quella morale (corruzione ).
Fallisce soprattutto per il vuoto ideale e morale che rivela come progetto politico.

 

GIOVEDI’ 11 MARZO alle 17,30 presso l’ex cinema di Castelnuovo manifestiamo in difesa della Costituzione e contro il decreto-truffa salva liste.

L’abuso di potere

Saturday, March 6th, 2010

POICHE’ «la sostanza deve prevalere sulla forma», secondo il nuovo comandamento costituzionale berlusconiano recitato dal presidente del Senato Schifani, il governo della Repubblica ha sanato ieri con una legge di comodo gli errori commessi dal Pdl, che avevano portato all´estromissione di Formigoni dalle elezioni in Lombardia e della lista berlusconiana a Roma.
Questo gesto unilaterale compiuto dalla maggioranza a tutela di se stessa può sembrare una prova di forza. È invece la conferma di un´atrofia politica di base e di vertice, che somma un vizio finale alle colpe iniziali, rivelando il vero volto che nei sistemi democratici assume la forza quando è senza politica, e fuori dalle regole che la disciplinano e la governano: l´abuso di potere.

Non c´è alcun dubbio che una competizione elettorale senza il principale partito è anomala, e il problema riguarda tutti i concorrenti (non solo gli esclusi), perché riguarda il sistema intero e il diritto dei cittadini di poter esercitare compiutamente la loro scelta, con tutte le parti in campo. Ma se il problema interpella tutti, le responsabilità di questa anomalia – che in forme diverse si è verificata a Roma e a Milano, con firme false e termini per la presentazione delle liste non rispettati – sono di qualcuno che ha un nome preciso: il Pdl. Non c´entra nulla il “comunismo”, questa volta, e nemmeno c´entrano le “toghe rosse”. È lo sfascio della destra che produce il suo disastro, perché quando la locomotiva della leadership non funziona più, e non produce politica, tutti i vagoni si arrestano, o deragliano senza guida.

Ora chi chiede a tutti i concorrenti di farsi carico del problema nato in Lombardia e nel Lazio, con un gesto di responsabilità politica condivisa nei confronti dell´avversario e del sistema, non ha mai nemmeno pensato di assumersi preliminarmente le sue responsabilità, ammettendo gli errori commessi, chiamandoli per nome, prendendosi la colpa. Non è venuto in mente al leader di dichiarare che si attendono le pronunce delle Corti d´Appello e dei Tar chiamati a dirimere con urgenza i due casi, e deputati a farlo, nella normalità democratica e istituzionale, e nella separazione dei poteri.

Nulla di tutto questo. Soltanto lo scarico delle responsabilità sugli altri, la tentazione della piazza, la forzatura al Quirinale, l´altra notte, con il Presidente Napolitano, nel tentativo di varare un decreto che intervenisse direttamente sulla normativa elettorale, riaprendo i termini ad uso e consumo esclusivo del partito berlusconiano. Quando il Capo dello Stato si è reso indisponibile a questa ipotesi, la minaccia immediata di due Consigli dei ministri, convocati e sconvocati tra la notte di giovedì e la mattinata di ieri. Una giornata in affanno, per il Premier, anche per il fermo “no” che ogni sua ipotesi di forzatura trovava da parte dell´opposizione, da Bersani a Di Pietro a Casini. Infine, l´abuso notturno del decreto, mascherato dalla forma “interpretativa”, che va a leggere a posteriori nella mente del ministro le intenzioni di quando dettò le norme elettorali di procedura, ritagliando a piacere una soluzione su misura per gli errori commessi dalla destra a Roma e a Milano.

Le norme elettorali sono materia condivisa e indisponibile per una sola parte in causa, soprattutto quando opera a palese vantaggio di se stessa, sotto gli occhi di tutti, e per rimediare a quegli stessi suoi errori che violando le regole l´hanno penalizzata nella corsa al voto. Intervenire da soli, ex post, con norme retroattive, a meno di un mese dalla scadenza elettorale, scrivendo decreti che ricalcano clamorosamente gli sbagli commessi per cancellarli, è un precedente senza precedenti, che peserà nel futuro della Repubblica, così come pesa oggi nel logoramento delle normative, nella relativizzazione delle procedure, nella discrezionalità degli abusi, sanati a vantaggio del più forte. In una parola, questo abuso pesa sulla democrazia quotidiana che fissa la misura di se stessa – a tutela di ognuno – in passaggi procedurali che valgono per tutti.

Al Presidente del Consiglio non è nemmeno venuto in mente di consultare direttamente le opposizioni. Di chiedere un incontro congiunto con i suoi capi, di presentarsi dicendo semplicemente la verità, e cioè denunciando gli errori compiuti dal suo schieramento, assumendosene interamente la responsabilità come dovrebbe fare un vero leader, chiedendo se esiste la possibilità di un percorso condiviso di comune responsabilità per rendere la competizione completa e reale dovunque, nell´interesse primario dei cittadini elettori. Tutto questo, che dovrebbe essere un elementare dovere istituzionale e politico, è tuttavia inconcepibile per una leadership eroica e monumentale, che non ammette errori propri ma solo soprusi altrui, mentre prepara abusi quotidiani.

Quest´ultimo, con la falsa furbizia del decreto “interpretativo” (la legge da oggi si applica solo per gli avversari, mentre per noi stessi la si può “interpretare”, accomodandola), completa culturalmente la lunga collana di leggi ad personam, che tutelano la sacralità intoccabile del leader, sottraendolo non solo alla giustizia ma all´uguaglianza con suoi concittadini. Anzi, è l´anello mancante, che collega la lunga serie di normative ad personam al sistema stesso, rendendolo in solido oggetto dell´arbitrio del potere: persino nelle regole più neutre, come quelle elettorali, scritte a garanzia soltanto e soprattutto della regolarità del momento supremo in cui si vota.

Nella concezione psicofisica del potere berlusconiano, la prova di forza rassicura il Premier, dandogli l´illusione di crearsi con le sue mani la sovranità stessa, fuori da ogni concerto con l´opposizione, da ogni limite di legge, da ogni controllo del Quirinale. Un´autorassicurazione che nasce dal prevalere della cosiddetta “democrazia sostanziale” rispetto a quella forma stessa della democrazia che sono le regole, la trasparenza e le procedure, vilipese a cavilli e burocrazia. Emerge dallo scontro, secondo il Premier, l´irriducibilità del potere supremo, che rompe ogni barriera di consuetudine e di norma se soltanto lo ostacolano, e non importa se la colpa è sua: anzi, da tutto ciò trae l´occasione di fondare un nuovo ordine di fatto, che basa sullo stato d´eccezione, fondamento vero della sovranità di destra.

Ma c´è, invece, qualcosa di crepuscolare e di notturno in questa leadership affannosa e affannata che usa la politica solo per derogare da norme che non sa interpretare nella regolarità istituzionale, mentre è costretta a piegarle su misura della sua necessità cogente e contingente, a misura di una miseria politica e istituzionale che forse non ha precedenti: e non può trovare complici. Le opposizioni, tutte, lo hanno capito. Molto semplicemente, un leader e uno schieramento che hanno bisogno di un abuso di potere in forma di decreto anche per poter continuare a fare politica, non possono avere un futuro.

http://www.repubblica.it/politica/2010/03/06/news/l_abuso_di_potere-2524852/

Il governo contro i lavoratori

Friday, March 5th, 2010

“L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori potrebbe diventare un optional”. A denunciarlo è il senatore del Pd Tiziano Treu, vicepresidente della commissione Lavoro. Il disegno di legge sul lavoro è stato approvato mercoledì in Senato e contiene norme sull’arbitrato per risolvere le controversie di lavoro all’articolo 31 del ddl, approvato con 144 sì, 106 no e 3 astenuti.
La norma su arbitrato e conciliazione consente a qualunque lavoratore individualmente di chiedere l’arbitrato in qualunque stadio di eventuali controversie. In pratica è un attacco all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che prevede l’impossibilità del licenziamento senza giusta causa in aziende con più di quindici dipendenti.

Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo PD a Palazzo Madama, dirama una nota per denunciare come si sia “scritta una brutta pagina per i lavoratori italiani. E’ l’ennesimo ‘regalo’che questo governo ha fatto alle famiglie dei lavoratori italiani. Per sconfiggere la crisi questo governo non vuole mettere in campo nessuna misura veramente efficace ma è pronto a trovare nuovi strumenti che colpiscono i diritti minimi di chi, magari a fatica, conserva ancora un posto di lavoro. E’ questa la filosofia aberrante del governo Berlusconi”.

Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria del PD bolla le norme contenute nel Collegato Lavoro in approvazione al Senato come “l’ennesimo passo della contro-riforma della regolazione del mercato del lavoro portata avanti dal ministro Sacconi e dalla maggioranza. Dopo l’eliminazione delle misure sulle dimissioni in bianco, le deroghe alle norme e l’indebolimento delle sanzioni sulla sicurezza sul lavoro, la rimozione dei limiti ai contratti a termine, il re-inserimento dei contratti a chiamata, la cancellazione della responsabilità in solido dell’appaltatore con il sub-appaltatore per arginare il lavoro nero, ora si arriva a smantellare le tutele contro gli ingiusti licenziamenti. Per il ministro Sacconi, i diritti e la retribuzione dei lavoratori sono la variabile compensativa delle inefficienze di sistema e delle rendite corporative accuratamente difese. Nonostante i tentativi di retorica riformista, è un disegno che guarda al passato più lontano per un mercato del lavoro selvaggio, senza diritti, diametralmente opposto a quanto servirebbe per
spingere le nostre attività produttive verso la competizione di qualità. Il Pd continuerà a battersi in Parlamento e nel Paese per affermare la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, “il lavoro decente” invocato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro e da Benedetto XVI nella Caritas in veritate”.

Il meccanismo è quello dello smantellamento delle garanzie. “L’articolo 31 del Ddl – spiega Treu – prevede due possibilità’ per ricorrere all’arbitrato in funzione della risoluzione delle controversie tra datore di lavoro e lavoratore. La prima attraverso contratti collettivi, ed è la strada piu’ sicura. In questo modo, infatti, le parti possono stabilire i limiti in cui l’arbitrato puo’ essere esercitato. Poi, pero’, resta il fatto, che se le parti falliscono nel trovare un accordo, puo’ intervenire il ministro per decreto”.
C’e’ poi una seconda possibilità consentita dalla norme volute dal governo e dalla sua maggioranza. Spiega Treu: “che il singolo lavoratore accetti un accordo secondo cui il proprio contratto di assunzione preveda il ricorso all’arbitrato per risolvere le controversie, incluso il ricorso all’arbitrato secondo equità. Cosa, quest’ultima, che implica la possibilità di bypassare le norme inderogabili di legge e quindi diritti come l’articolo 18 o come le retribuzioni o le ferie. E’ grave inoltre che un simile accordo può essere stretto anche in corso di rapporto di lavoro”.

Stavolta la propaganda non basta.

“E’ molto importante che i media abbiano acceso i riflettori su un provvedimento orrendo del governo in tema di lavoro” dichiara il senatore del Pd Achille Passoni che, nel 2002 come esponente della segreteria della Cgil, organizzò quella che rimane la più grande manifestazione della storia della Repubblica portando in piazza oltre tre milioni di lavoratori proprio in difesa dell’articolo 18.
“E’ naturale che la manomissione possibile dell’articolo 18 sia elemento centrale di questa attenzione in quanto effettivamente si apre con la norma, voluta dal governo Berlusconi, un’autostrada alla cancellazione del diritto a non essere licenziati senza giusta causa. Ma è l’insieme del provvedimento che abbassa le tutele per chi lavora e dà un duro colpo al diritto del lavoro che, nel nostro Paese, significa storicamente garanzia per la parte più debole, cioè il lavoratore. Sull’articolo 18 – conclude Passoni – bisognerà sviluppare una forte iniziativa politica e un’alta
vigilanza sindacale in grado di arginare un vero e proprio buco nella diga dei diritti che si realizzerebbe applicando queste pessime norme”.

E se il governo vuole rendere i lavoratori più deboli e ricattabili la Cgil annuncia un ricorso in Corte Costituzionale. Parola del segretario generale del sindacato Guglielmo Epifani, che in un’intervista al quotidiano “La Repubblica”, attacca la legge sul processo del lavoro, in ballo in Parlamento da quasi due anni (il 28 ottobre del 2008 era stata approvata alla Camera).
«L’impressione è che ci sia più di una norma in contrasto con la Costituzione», ha detto Epifani
Rispondendo alle parole del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che ha parlato di una polemica da parte dei ’soliti noti’, Epifani ha dichiarato: «Non capisco perché Sacconi parli di malafede. Questa non è una questione di malafede e buonafede. Sacconi dovrebbe dire se ciò che sostiene la Cgil è vero o meno». Per Epifani in sede di contrattazione non si potrà «certo modificare quello che stabilisce la legge». Il sindacalista ha osservato come il ricorso all’arbitrato fosse un’opportunità in più per difendersi «prima di questa legge», ma come «in questo nuovo schema una volta imboccata la strada dell’arbitro non si può più andare dal giudice. Sacconi non dice la verità».

E’ lo stesso Treu, che ha denunciato per primo il pericolo a replicare a Sacconi: “”Non c’entra nulla la campagna elettorale. Che questa norma fosse devastante per i lavoratori, il Pd lo denuncia da più di un anno e per verificarlo basta guardare i resoconti parlamentari e le agenzie. Ma il ministro Sacconi è evidentemente distratto. Che l’arbitrato possa essere stabilito solo in presenza di Contratto collettivo nazionale è una possibilità e noi la abbiamo auspicata. Però invito il ministro a
leggere bene la norma, in particolare il comma 5 dell’articolo 31 del provvedimento all’esame del Senato, secondo cui qualunque lavoratore individualmente può chiedere l’arbitrato in qualunque stadio di eventuali controversie. Quindi, anche di fuori dei contratti collettivi nazionali
e, in tal caso, anche senza certificazione. Dire, come sostanzialmente fa Sacconi, che c’è la volontà del lavoratore che non è un minus habens significa dimenticare la storia del diritto del lavoro che è stato costruito proprio per proteggere i lavoratori nei momenti di debolezza. Penso ad esempio – conclude Treu – al momento prima dell’assunzione, prima del rinnovo di un contratto a termine. In questi momenti il lavoratore potrebbe essere costretto a firmare un mandato in bianco a un arbitro e il certificatore potrebbe anche accertare una volontà che, in questo caso, sarebbe coatta”.

Il capogruppo del Pd nella commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, nota come il governo rispetta l’autonomia delle parti sociali a corrente alternata: “Quando fa comodo dichiara che non si debbono operare invasioni, quando conviene si possono apportare modifiche al diritto del lavoro senza alcuna consultazione preventiva delle parti sociali. Sul tema dell’arbitrato, che incide profondamente sulle tutele del lavoratore indebolendo la strada giudiziaria, si introduce un nuovo ‘correttivo chirurgico’ che questa volta però lascia il segno. Alla Camera, come Pd, abbiamo presentato emendamenti per la soppressione di queste norme, respinti dalla maggioranza. E’ da un anno che denunciamo la silenziosa controriforma del mercato del lavoro, costruita con una sommatoria di interventi mirati. Adesso la goccia ha fatto traboccare il vaso: mi auguro che ci si renda conto che abolire le tutele del licenziamento in bianco, cancellare i libri paga, matricola e presenza, cancellare la responsabilità dei committenti nella catena degli appalti, reintrodurre il lavoro a chiamata e lo staff leasing, rappresenta la cancellazione del protocollo sul welfare del 2007 e la scelta di imboccare una strada che porta ad un ampliamento della precarietà e del lavoro nero che, a parole, il governo vorrebbe combattere. Sarebbe opportuno che l’esecutivo decidesse di ritirare queste norme estremamente dannose e si aprisse al confronto con le parti sociali”.

“Il lato destro della Comunità Montana”

Thursday, March 4th, 2010
Nell’ultima seduta dell’Assemblea CM, il Consiglio ha preso in esame un documento emesso da UNCEM, relativo al “ripristino delle agevolazioni su Gasolio e GPL per le famiglie e le aziende dei territori montani non serviti dal metano”. L’elaborato dell’ente regionale nasce dalla preoccupazione per le misure adottate dal governo nazionale, che potrebbero condizionare e minacciare seriamente le attività economiche e sociali della Valdicecina. Basti pensare alla Riforma Gelmini, al Decreto Calderoli, ai continui tagli al Fondo Sociale Nazionale e alla soppressione del Fondo per la Montagna per rendersi conto che è in atto un disegno, da parte del governo per emarginare i territori e i cittadini più deboli.
I gruppi consiliari di RC e PD sono stati solidali, nel sostenere pienamente quanto asserito da UNCEM al giudizio dell’Assemblea Consiliare; a tutto ciò hanno fatto da contraltare le posizioni assunte dalle liste civiche di Volterra, Pomarance e Castelnuovo V.C. che tendono sempre a minimizzare sulle questioni dove pesa la spada di Damocle del governo Berlusconi – è in questi momenti che i consiglieri del “lato destro” della CM si rifugiano spesso in corner dichiarando la loro estraneità a qualunque schieramento politico!
Forti di tale ipocrita giustificazione i rappresentanti delle liste civiche hanno votato a maggioranza il documento “depurato” da ogni riferimento alle scelte governative che rappresentano la vera causa delle difficoltà allo sviluppo delle aree montane e dei territori economicamente depressi, nei quali diventa sempre più difficile persino il mantenimento dell’attuale livello dei servizi. Così facendo hanno privato i cittadini degli elementi di valutazione politica necessari a comprendere l’impegno della CM nel difendere i diritti di chi vuole continuare a vivere in questi territori che sono continuamente offesi dalle politiche nazionali.
Quando però entra in ballo la Comunità Montana, argomenti come quelli della Bonifica fanno riemergere la vera natura politica delle liste civiche che mettono alla berlina l’organo politico antagonista – la Regione Toscana.
Denunciamo l’atteggiamento di tutti quegli amministratori locali che non hanno l’onestà di prendere una posizione ufficiale sulle questioni territoriali, anche se diversa dalla nostra.
  Capogruppo RC    Dr Ugo Ricotti        
  Capogruppo PD    Simone Pruneti

Regionali, Stella Targetti è la candidata del centrosinistra alla vicepresidenza

Monday, March 1st, 2010

L’annuncio di Enrico Rossi: “Una donna d’impresa, perché la politica è l’impresa più grande”.

 

Si chiama Stella Targetti, ha 36 anni e viene dal mondo dell’impresa. Sarà lei la vicepresidente della nuova giunta regionale toscana, se Enrico Rossi vincerà le elezioni del 28 e 29 marzo. Il nome della candidata alla vicepresidenza è stato ufficializzato oggi pomeriggio, nel corso di una conferenza stampa che si è svolta nella sede del comitato “Enrico Rossi Presidente”. Stella Targetti è nata il 25 novembre 1973 a Firenze, dove vive e lavora. Laureata in Economia e Commercio, attualmente è vicepresidente marketing della Targetti Poulsen e membro del consiglio d’amministrazione della Fondazione Targetti. Fa parte della giunta della Confindustria fiorentina. E’ sposata e madre di due bambini. Vive la passione per la politica da quando era all’università. E’ stata coordinatrice dei comitati elettorali toscani per Romano Prodi e responsabile Scuola e Formazione dei Democratici di Sinistra. Nel 2000 ha collaborato con il comitato di Claudio Martini ed è stato membro eletto della Costituente toscana del Pd. “Ciò che mi ha convinto e mi convince di Stella – ha detto Enrico Rossi – è il fatto che è così diversa da me. E’ una donna, è giovane, ha studiato economia e viene dal mondo dell’imprenditoria. La scelta, che ho fatto personalmente, è caduta su di lei perché la squadra che governerà la Toscana dovrà avere la capacità di rappresentare tutta la ricchezza della nostra regione”. Ad unire i due candidati è, come ha spiegato Rossi, “la convinzione che la Toscana ha bisogno di andare più veloce, prima di tutto per dare una risposta al problema del lavoro”. “Non a caso – ha concluso Rossi – ho scelto una donna di impresa: perché la politica è una grande impresa che lavora per il bene di tutti”. Poi la parola è passata a Stella Targetti. “Credo nella politica come motore del cambiamento – ha detto la candidata alla vicepresidenza – e credo nella Toscana come modello di sviluppo. Ringrazio Enrico Rossi per l’opportunità straordinaria che mi ha dato. Un’opportunità che sinceramente spaventa anche un po’, ma si tratta di una tensione positiva che mi aiuterà ad essere sempre attenta e vigile”. Dalla sua decennale esperienza nel mondo dell’impresa, Targetti ha detto che vorrebbe portare con sé “il gioco di squadra e una sana cultura della competizione”. Quello che invece vorrebbe cambiare della politica sono “i tempi dilatati, un problema italiano che fa più danni di quanto immaginiamo”. “E poi – ha aggiunto – porterò il mio contributo di persona normale, di donna e di madre. Sì, perché prima di accettare ho valutato bene la “compatibilità” con la mia vita di mamma che vuole crescere i figli. Enrico ha subito capito questa mia esigenza e questo è stato un motivo in più per accettare la sfida”.

Fonte: Comitato Elettorale Enrico R